il dibatitto sulle specializzazioni

Commercialisti: una via da prendere senza paure

di Fabrizio Escheri (presidente Odcec Palermo e Termini Imerese)


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(MarcoBagnoli Elflaco - Fotolia)

2' di lettura

Prosegue il confronto sulle specializzazioni lanciato da Massimo Miani, presidente Cndcec, nell’intervista rilasciata il 1° giugno 2019 al Sole 24 Ore

Può una categoria professionale aver paura delle competenze specialistiche? A mio avviso no, se no smetterebbe di essere “professionale”. L'ordinamento della nostra professione comprende una molteplicità di attività lavorative, molto diverse tra loro, tra le quali scegliere. Nessuno può presidiarle tutte con adeguata competenza.

Ognuno di noi ha, pertanto, scelto gli ambiti su cui specializzarsi. Ciò a maggior ragione in un periodo in cui la rivoluzione digitale sta profondamente trasformando il tradizionale campo di lavoro contabile e fiscale, sul quale ancora è impegnata una vasta maggioranza di colleghi.

Al contempo, la nascita di molteplici registri specialistici esterni (revisori legali, revisori enti locali, amministratori giudiziari, Oiv, curatori) porta ad identificare alcune di queste attività non come funzioni specialistiche dei commercialisti bensì come vere e proprie professioni autonome. Ciò disincentiva i giovani abilitati ad iscriversi all'Albo, sapendo che le attività contabili sono ormai economicamente marginali e che quelle specialistiche presuppongono comunque l'iscrizione a registri esterni. Pertanto, appare quanto mai urgente ricondurre le attività specialistiche nel giusto alveo, chiarendo che esse sono di competenza degli iscritti agli Ordini dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. Per farlo è necessario, a mio avviso, identificare le qualifiche specialistiche come “aggettivi di specializzazione” del nostro titolo professionale.

Quanto al timore, fomentato da alcuni, che si creino due sottoclassi di commercialisti, credo che sia una bufala inventata con finalità politiche interne. Il mercato già riconosce la qualità delle prestazioni professionali di ciascuno di noi, premiando alcuni e penalizzando altri. Non si può ritenere che l'iscrizione in un unico albo indistinto di professionisti possa omogeneizzare il livello di tutti i suoi componenti. Sia tra i “generalisti” che tra gli “specialisti” ci sono professionisti eccelsi ed altri meno qualificati.

Ritengo, infine, che la specializzazione professionale non possa essere dettata solo dall'esperienza, come richiesto da alcuni, ma debba essere frutto anche di percorsi formativi riconosciuti dal mondo scientifico. Ben venga, però, se tali percorsi possono essere maturati all'interno delle nostre Scuole di alta formazione, in cui si uniscono le componenti teorico – accademiche e quelle tecnico – professionali.

L’intervista con Miani

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