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Speculazione sulla volatilità ai massimi storici, allarme sulle Borse

di Morya Longo


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(Adobe Stock)

3' di lettura

In Borsa gli investitori sono tornati a giocare con lo stesso fuoco che produsse il crollo dei listini nel febbraio del 2018: cioè con gli indici di volatilità. Le scommesse ribassiste su questi indici - secondo i dati di CFTC - hanno infatti registrato i nuovi massimi storici: le posizioni nette corte sul Vix future (che misura la volatilità di Wall Street) hanno toccato i 175mila contratti. Superando anche il record dell’ottobre 2017, che fu preludio del crollo di febbraio 2018. Questo significa che gli investitori scommettono sul continuo rialzo delle Borse e su una volatilità bassa. Infatti l’indice Vix che la misura è intorno a 12, minimo da ottobre. Segnale di bel tempo sui listini. Di ottimismo. Di voglia di rischiare.

Attenzione però: questa calma apparente, con la grande speculazione costruita sopra, rischia di essere il preludio dell’esatto opposto. Sembra calma insomma, ma potrebbe essere indicatore di rischi crescenti. L’azione congiunta degli algoritmi (che spesso usano la volatilità come parametro per misurare i rischi) e della speculazione crea infatti un potenziale cortocircuito. Lo stesso che nel febbraio 2018 fece sprofondare Wall Street e le Borse globali. Il rischio è che il primo evento che faccia risalire la volatilità costringa gli speculatori a smontare le posizioni ribassiste, facendo impennare la volatilità stessa e cadere le Borse. Lo stesso film visto nel febbraio 2018. Ecco perché.

Il ruolo degli algoritmi

Basta osservare gli indici di volatilità per capire molte cose sull’andamento dei mercati degli ultimi mesi. A fine 2018 le Borse crollavano e la volatilità saliva, mentre da gennaio il movimento è stato esattamente opposto. Borse su, volatilità giù. In entrambi i casi un ruolo fondamentale nel moltiplicare i ribassi (prima) e i rialzi (dopo) l'hanno avuto i trader algoritmici: quelli che ormai - secondo i dati di Aite Group - producono oltre il 60% del controvalore nominale degli scambi cash a Wall Street. A prescindere da quale sia la strategia di ogni singolo algoritmo, la maggior parte usa infatti la volatilità (misurata da appositi indici come il Vix) come parametro per misurare i rischi sui mercati. Così quando gli indici di volatilità salgono, gli algoritmi tendono in massa a “percepire” rischi in aumento: dunque vendono azioni o altri tipi di asset. Invece quando gli indici di volatilità scendono, tendono in massa a comprare. Come tanti pecoroni 2.0.

Ovviamente serve un motivo scatenante per far partire questi movimenti: sia a fine 2018 sia a inizio 2019 il «la» è arrivato dalle banche centrali. Gli algoritmi non sono dunque le cause, ma gli amplificatori. Nel male (a fine 2018) e nel bene (ora). «Molti di loro usano come parametro la media mobile della volatilità del mese precedente - spiega Matteo Ramenghi, Cio di Ubs Wm Italia -. Per cui se un mese la volatilità sale, il mese successivo gli algoritmi tendono a vendere. E dato che gli algoritmi producono la maggior parte dei volumi sulle Borse, sono loro a far partire l’effetto domino». «Le nostre gestioni a base di algoritmi - conferma un banchiere che preferisce restare anonimo - a novembre avevano venduto gran parte delle azioni». Poi quando è arrivato il 2019, le valutazioni in Borsa erano ormai a sconto e le banche centrali hanno cambiato retorica, gli umani prima e gli algoritmi poi sono tornati a comprare. E la volatilità a scendere. Per questo i movimenti dei mercati a fine 2018 sono così simmetrici a quelli di inizio 2019. Per questo, inoltre, azioni e obbligazioni si muovono in maniera parallela: perché sono entrambi influenzati dagli indici di volatilità.

PER SAPERNE DI PIÙ / Il lato oscuro dei mercati: che cosa può mandare le Borse in tilt

Il ruolo della speculazione

A esasperare l’effetto domino c'è poi un altro elemento: la speculazione. Dato che la volatilità è misurata da indici, da qualche anno è diventato di moda scommettere proprio su questi indici: sul Vix o su altri simili. Ebbene: quando la volatilità scende (come accade ora) gli investitori speculano al ribasso sulla volatilità stessa. Questo contribuisce a ridurla ulteriormente, dando agli algoritmi e a tanti investitori la percezione di mercati sempre più “sicuri”. Questo li induce a comprare in Borsa ancora di più. Si tratta di un fenomeno rilevante: le speculazioni ribassiste (tecnicamente le posizioni nette corte secondo Cftc) hanno infatti battuto il precedente record storico dell’ottobre 2017. A quei tempi si stava caricando una “molla” che poi è scattata a febbraio 2018. La speranza è che non accada la stessa cosa anche quest’anno.
@MoryaLongo

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