materie prime

Speculazioni «radioattive»: a Londra c’è un fondo che accumula uranio

di Sissi Bellomo


(Bloomberg)

2' di lettura

Non sempre le scorte di uranio fanno paura. Mentre l'Iran torna nel mirino degli Usa per il programma nucleare, a Londra sta per sbarcare in borsa una società il cui unico scopo è accumulare – ovviamente a fini speculativi e non bellici – migliaia di tonnellate di metallo radioattivo. Si tratta di Yellow Cake, che dovrebbe quotarsi a luglio sul listino Aim. L'obiettivo è raccogliere 150-200 milioni di dollari, che impiegherà per acquistare 8,1 milioni di libbre (circa 3.700 tonnellate) di ossido di uranio U308, materiale base della yellowcake per l'appunto, polvere gialla da cui si ricava il combustibile per le centrali nucleari ma anche il materiale fissile per le bombe.

L'idea di Yellow Cake per la verità non è inedita. Esistono diversi altri fondi che fanno incetta di metalli, come Cobalt 27, che scommette sul boom dei consumi nelle batterie per l’auto elettrica. Non è una novità neppure dedicarsi all'uranio. C'è infatti almeno un'altra società impegnata nella stessa speculazione, la canadese Uranium Participation Corp (Upc), e in passato vi si erano dedicate anche alcune grandi banche. Da un'inchiesta della Reuters nel 2014 era emerso che Goldman Sachs (attraverso Nufcor International) e Deutsche Bank possedevano oltre 5mila tonnellate di yellowcake, abbastanza per alimentare 20 centrali o costruire 200 bombe. Prima del crollo anche Lehman Brothers era attiva nel commercio e nello stoccaggio di uranio.

La speculazione di banche ed hedge funds, secondo molti analisti, era stata un fattore determinante nello spingere il prezzo dell'uranio al record storico di 140 $/libbra nel 2007. Solo cinque anni prima il metallo valeva 20 $/lb, lo stesso livello di prezzo cui è scambiato oggi.

Yellow Cake, l'ultima arrivata nell'arena, spera di cavalcare (ma anche di provocare) il prossimo rally. La società – fondata da Peter Bacchus, ex banchiere di Jefferies e Morgan Stanley – ha già sottoscritto un accordo con Kazatomprom per acquistare uranio con uno sconto del 7,7% rispetto ai prezzi di mercato, fino a un importo di 170 milioni di dollari: si tratterebbe di un quarto della produzione annuale della società kazakha, che è il primo fornitore al mondo, e del 5% dell'offerta mineraria globale.

Yellow Cake ha anche un'opzione per ulteriori acquisti da 100 milioni di $ l'anno per i prossimi 9 anni. Il ceo della società, Andre Liebenberg,è convinto che l'uranio sia prezzato male «dal punto di vista strutturale e fondamentale».

Dal disastro di Fukushima, nel 2011, il valore dell'uranio è in effetti rimasto depresso, benché il Giappone abbia riavviato ben 7 reattori e nonostante i maggiori produttori, Kazatomprom e la canadese Cameco, abbiano tagliato l'output. L'attività speculativa di recente ha un po' risvegliato il mercato – il prezzo è salito a 23 $/lb secondo TradeTech, con un guadagno di circa il 10% in un mese – ma le utilities Usa, la cui domanda di solito è molto importante, non si stanno rifornendo nel timore che Donald Trump ceda alle pressioni delle minerarie locali, che vorrebbero fosse imposto l'impiego del 25% di uranio «made in Usa».

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