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Spendere per l’istruzione dei figli è l’investimento più vantaggioso

Paolo Taticchi, giovanissimo accademico dell’Imperial College e di UCL di Londra, è l’italiano under 40 più influente al mondo. Laureato in ingegneria meccanica, per emergere ha dovuto andarsene dall’Italia

di Simone Filippetti

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7' di lettura

Quando il 14 settembre del 2012, un venerdì, Paolo Taticchi posa le valigie nel moderno ma algido appartamento a Royal Victoria, nella zona dei docks di Londra, in quella che sarà la nuova casa per il futuro, si guarda attorno, un po’ spaesato. Un nodo gli sale in gola: «Sono scoppiato a piangere». Si era appena sposato, tre mesi prima: ha lasciato la moglie in Italia, a Perugia, e ora si ritrova a dover ricominciare da zero una nuova vita, in una nuova città, in nuovo Paese e da solo. Ha anche la scaramanzia contro: dalle sue parti, gli anziani dicono che «Né di Venere né di Marte non si arriva, non si parte, non si dà principio all’arte». Lui, invece, ha addirittura fatto tutte e tre le cose insieme.

Dopo otto anni da quel giorno, Taticchi è nel circolo dei più affermati e influenti professori universitari di business al mondo. Ma già a 29 anni era una sorta di enfant prodige: nel 2011 diventa il più giovane direttore di sempre nella storia dei programmi MBA. Due anni fa, approdato nel frattempo come professore all’Imperial College, la prestigiosa università di Londra, è stato inserito nella classifica mondiale di «Poets&Quants», la bibbia degli MBA, tra i 40 professori di business school sotto i 40 anni. È l’incoronazione definitiva. «A quel punto anche l’Italia ha cominciato ad accorgersi di me». Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli conferisce l’onorificenza di Cavaliere, e nel 2019 pure arriva il premio per i giovani talenti dalla ICCIUK, la Camera di Commercio italo-britannica. Dall’austero palazzo eduardiano dei primi del Novecento a Kensington – di fronte al Royal Albert Hall, la sala da concerti voluta da Regina Vittoria per il marito melomane –, sono usciti 14 Nobel, il giovane professore italiano è passato agli antipodi architettonici degli uffici ipermoderni della School of Management di UCL, University College of London, a Canary Wharf, il cuore finanziario di Londra. L’anno scorso l’altra università più importante della città «mi ha strappato ai concorrenti di Imperial», come succede alle star della tv e ai calciatori: gli hanno offerto il ruolo di Professor (nella categoria Education) in Strategy and Sustainability e, soprattutto, quello di Deputy Director, vice preside, per gli MBA e le attività globali. Al 50° piano del grattacielo di One Canada Square, sede della business school dell’università, ci sono aule, spazi per studenti e uffici con una vista mozzafiato sulla capitale britannica. Lì dentro, la storia di Taticchi sarebbe stata ancor più suggestiva, ma è inaccessibile causa Covid. Da lì si vede Royal Victoria, dove sbarcò anni fa: «La vita procede per cerchi che si aprono e si chiudono».

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Quando ha lasciato l’ltalia non era esattamente il classico emigrato con la valigia di cartone: in un certo senso, a Perugia era già famoso nel mondo accademico. Ma proprio per quello il suo addio fa ancora più scalpore. Mentre parla, si deve interrompere ogni tanto. Sopra la testa passano i treni della stazione di London Bridge e il rumore è assordante. Un panino farcito al pulled pork (straccetti di porchetta), mangiato in piedi, è il massimo di pranzo che nella Londra in zona rossa da Natale ci si può concedere. È tutto chiuso: Borough Market, un tempo cuore della movida, con le sue centinaia di ristorantini, pub e bancarelle di street food, è quasi deserto e i pochi stall aperti servono solo cibo da asporto. Gli arconi di pietra del ponte della ferrovia sono l’unico riparo disponibile in zona dalla pioggia incessante che batte su Londra da settimane. Taticchi è l’incarnazione massima del proverbio latino: nemo propheta in patria. Sacrificato sull’altare delle pastoie burocratiche e delle logiche feudali che ammorbano le università italiane, è assurto alla notorietà internazionale scappando all’estero. Più che una fuga, però, «l’estero era sempre stato un desiderio per me»: la prima volta che mise piede fuori d’Italia era nel 1999, a 17 anni. I genitori lo spedirono a Boston a fare un corso estivo di inglese: non lo può sapere, ma quella sorta di vacanza studio, mentre i suoi compagni di classe andavano al mare in Riviera, sarà la chiave di volta di tutta la sua vita.

«Non vengo da una famiglia particolarmente benestante; mio padre è professore di chimica, mia madre docente al liceo. Ma, da insegnanti, hanno sempre avuto il pallino dell’istruzione». Buona parte dei loro risparmi li hanno spesi per far mandare i figli a fare esperienze di studio all’estero. L’investimento sul capitale umano ha dato frutti: è la lezione più importante della sua vita. Non sarebbe arrivato dov’è se i genitori avessero deciso di comprargli un orologio al posto della summer camp negli Stati Uniti. Adolescente naif partito da Pila, piccola frazione di Perugia, «a Boston mi ritrovo tra coetanei che sono la creme della società: discendenti dei Medici e dei Visconti Sforza, membri della famiglia reale Saudita».

Abituato a respirare aria internazionale da sempre, Taticchi storce la bocca davanti all’espressione “cervelli in fuga”. Un’altra di quelle frasi fatte, usate e abusate dai politici: «Non mi sento più un cervello in fuga, però lo sono stato». Dopo la delusione con l’Università di Perugia, ha capito che avrebbe dovuto lasciare il paese. Da qualche tempo l’Italia ha cercato di andare a ripescare i talenti che ha lasciato fuggire: una legge dà incentivi per il rientro. Quello della fuga dei cervelli, però, è «un problema mal posto» come diceva Sant’Agostino a proposito della fede. «Il tema non sono i giovani che vanno all’estero a fare carriera», cosa anche auspicabile, ma che «i giovani esteri non vengono in Italia a fare altrettanto». Più che del rientro, «l’Italia ha bisogno dello scambio dei cervelli» suggerisce.

Laureato in ingegneria meccanica nel 2005, nella sua Perugia, ma dopo sei mesi di tesi in Inghilterra, riceve una telefonata da Piero Lunghi, giovane e geniale professore dell’ateneo umbro che aveva messo in piedi un gruppo innovativo e pescava tra i migliori studenti. «Mi prende con sé e mi spedisce a New York, dal professore indiano Kashi Balachandran di NYU-Stern». Taticchi non lo sa ma è il guru mondiale nel controllo di gestione e sta per andare in pensione: lui è il suo ultimo studente e gli consegna la sua agenda di contatti. Il giovane ha in mano un Phd, un MBA: nella Grande Mela «inizio a sognare e a costruire il mio network professionale».

La sua carriera sembra già tutta in discesa se non che mentre è in America, nel 2007, lo chiamano dall’Italia: il professor Lunghi, a soli 34 anni, è morto in un incidente stradale. Il giovane dottorando perde il suo mentore. «Lì è scattato qualcosa. Ho pensato: se morissi a 34 anni, quale segno lascerei?». Torna in Italia e si presenta dal preside di ingegneria con un progetto, per ricordare il suo maestro: lanciare la prima summer school dell’università di Perugia a New York. Nel Paese dove ancora a 40 anni si è considerati stagisti,è roba da marziani. La risposta è quella classica italiana: «Non ci sono fondi - mi dicono - però sono libero di provarci». Col fervore dei neofiti, Taticchi lavora a un business plan. Calcola che se non riesce a trovare almeno 30 iscrizioni, l’avventura gli costerà 25mila euro, da coprire di tasca propria. A soli 25 anni, non ha un lavoro, uno stipendio, o dei risparmi. Nessuno gli farà mai credito. Bussa alla porta dell’unico venture capital che conosce: i genitori. Che lo rassicurano: «Se avessi perso soldi dal tentativo, mi avrebbero aiutato loro». Taticchi vola a New York per organizzare la sua prima summer school: si iscrivono in 45, da 8 Paesi. Non solo non deve chiedere aiuto ai genitori, ma addirittura ci guadagna. Soprattutto, però, «capisco che fare l’imprenditore accademico è il mio talento». Forte di quel successo, mette a segno il gran colpo: convince l’università di Bradford, una delle più prestigiose d’Inghilterra, ad aprire un MBA a Spoleto, in collaborazione con l’ateneo umbro.

Un altro colpo, ma finisce, suo malgrado, nel braccio di ferro, dal sapore medievale, tra le università di Perugia e Terni. Il ragazzo che non ancora trentenne era riuscito a portare in Umbria un grande nome internazionale, si ritrova senza cattedra, né un posto: «Il mio contratto da ricercatore non viene rinnovato per errori amministrativi e per le immancabili pastoie politiche locali». Alcuni provano ad aiutarlo, ma il sistema non prevede spazi per i giovani talenti. Parte così per Londra, dove invece «mi offrono un incarico importante». Per la cronaca, un anno e mezzo dopo il suo addio, l’Università di Perugia, Spoleto e l’Italia hanno perso l’MBA di Bradford. In compenso lui organizza MBA in tutto il mondo per UCL. Il suo sogno? Tornare nel suo paese e aprire una sua Business School, magari tra le amate colline dell’Umbria. Nonostante le tante storture, «l’Italia affascina sempre tutti e ha un grosso potere di attrazione sugli stranieri». Quando portò i papaveroni di Bradford, sperduta e grigia provincia inglese dello Yorkshire, a Spoleto, rimasero incantati dalla bellezza. Quello è il jolly per il Paese: «Il Recovery Fund ce l’abbiamo già in casa». La rivoluzione digitale che sta sconvolgendo il mondo, accelerata dal Covid, ha finora solo sfiorato il mondo delle università, un’industria che deve fare i conti con aule vuote e studenti che seguono lezioni da casa (tra l’altro, Taticchi è tra gli esperti italiani di didattica universitaria digitale). A Cambridge, il King’s College voluto dal re Enrico VIII è chiuso da quasi un anno: ma senza la rete di contatti che i corsi offrono agli studenti, come si giustifica una retta da 14mila sterline l’anno? E ora che anche Google si fa la sua laurea privata? Un casolare immerso nel verde, lontano dalle città, è il futuro anche per il mondo dell’istruzione di alto livello. Dovesse mai nascere, un ipotetico master non si chiamerebbe, però, “Paolo Taticchi Business School”: il personaggio è sì ambizioso, ma assolutamente modesto. Dopo quasi dieci anni sulle rive del Tamigi, l’understatement britannico gli è entrato un po’ nelle vene. La futura università sarebbe dedicata al suo «indimenticato maestro Piero Lunghi». Glielo deve.

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