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Spending review, in 12 anni pochi tagli: raggiunto solo il 30% degli obiettivi

di Dino Pesole


La scommessa (impossibile) della spending review

3' di lettura

Da decenni il nostro paese si misura con il tentativo di avviare una vera, incisiva e strutturale “spending review”, con risultati non certo all’altezza delle aspettative. Se si esamina il periodo 2007-2019 il bilancio dei risparmi attribuibili in varia misura alla spending review non supera il 30 per cento. Per il resto ci si è affidati a tagli lineari o semi-lineari, che intervenendo sui “tendenziali” non sono altro che riduzioni degli incrementi già previsti, assai distanti dal principio del “bilancio a base zero” proposto negli anni Ottanta da Beniamino Andreatta. Ora il Governo prova a rilanciare con la nomina di due commissari, Laura Castelli e Massimo Garavaglia, in vista di una manovra di bilancio che si annuncia a dir poco impegnativa, con l’ingombrante fardello di ben 23,1 miliardi di clausole Iva da disinnescare, e 2 miliardi di tagli della “clausola sulla spesa” che diverranno permanenti per tutto il 2019.

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Margini di risparmi negli oltre 850 miliardi che compongono la nostra spesa pubblica non mancano. Finora è venuta meno la fondamentale volontà politica, perché tagliare la spesa costa in termini di consenso, e dunque si è preferito affidarsi ai “commissari” chiamati a far fronte alla “veduta corta” della politica di cui parlava Tommaso Padoa-Schioppa. Proprio allo scomparso ex ministro dell'Economia del governo Prodi (2006-2008), si deve il tentativo di riprendere il tema della spending review archiviato di fatto nel 2003. Il bilancio dello Stato viene ridisegnato in 34 missioni e 168 programmi di spesa, per superare l’approccio “incrementale”. Nasce una nuova Commissione per la Finanza Pubblica presieduta da Gilberto Muraro, che nel giugno del 2008 consegna un rapporto con 90 “raccomandazioni”. Caduto il governo Prodi, di spending review si torna a parlare nell’aprile del 2012 quanto il governo Monti nomina commissario Enrico Bondi. Obiettivo, realizzare risparmi per 3 miliardi nel 2012, 6,6 miliardi nel 2013 e 9,9 miliardi nel 2014.

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La missione di Bondi si concentra sul versante della spesa per l’acquisto di beni e servizi, ma l’apparato ministeriale erige un muro invalicabile. Dopo solo otto mesi, nel dicembre 2012, Bondi lascia l’incarico. È la volta del Ragioniere generale dello Stato Mario Canzio. Solo il tempo di cominciare a istruire i primi dossier e cinque mesi dopo, formatosi il nuovo governo Letta, Canzio lascia Via XX Settembre. Nel frattempo, Giarda aveva messo a punto un nutrito documento in cui individuava in 80 miliardi la spesa “rivedibile” nel breve periodo, pari al 25% del complesso della spesa “aggredibile”.

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La palla passa a Carlo Cottarelli, ma la breve esperienza del governo Letta e la successiva, difficile coabitazione con Matteo Renzi non aprono grandi margini alle proposte a volte tranchant di Cottarelli, che nell’ottobre 2014 chiude la sua esperienza di commissario. In eredità lascia un programma di lavoro con risparmi quantificati a regime nel 2016 in 33,9 miliardi. Nel marzo 2015 l’incarico di Commissario straordinario per la spending review viene affidato a Yoram Gutgeld che a sua volta chiama a Palazzo Chigi in qualità di consulente l’economista Roberto Perotti. Esperienza brevissima per quest’ultimo, che cessa dall’incarico nel novembre dello stesso 2015. Del suo lavoro di ricognizione sulle società partecipate e sui servizi pubblici locali ben poco era stato inserito nella legge di Stabilità. Non era andata granché bene neanche a Francesco Giavazzi che nel luglio del 2012 aveva proposto di ridurre di oltre 10 miliardi i contributi a fondo perduto alle imprese.

I commissari alla spending, da Giarda a Gutgeld

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Il bilancio di fine legislatura predisposto da Gutgeld fissa a 29,9 miliardi i risparmi conseguiti nel 2014-2018, cui andrebbe ad aggiungersi un “effetto spending” di circa 2,5 miliardi previsto dalla manovra 2018. Per 12,7 miliardi le risorse della spending sono state dirottate a “prestazioni previdenziali e assistenziali”. Nel cassetto è rimasto finora anche il capitolo delle agevolazioni fiscali: 444 voci, stando al censimento condotto nel 2017 dalla Commissione presieduta da Mauro Marè. È la Corte dei conti, nel giudizio di parificazione sul Rendiconto generale dello Stato del 27 giugno 2017, a tracciare questo bilancio della spending review: «A consuntivo, le misure di riduzione non hanno prodotto risultati di contenimento del livello complessivo della spesa».

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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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