LE PROSPETTIVE

Spending review, la battaglia quasi “impossibile” per tagliare la spesa pubblica

di Marco Rogari

La scommessa (impossibile) della spending review


3' di lettura

Limare più o meno un punto percentuale dagli oltre 860 miliardi di spesa corrente attesi nel 2022. Con la nuova fase di spending review il Governo “gialloverde” conta infatti di recuperare almeno 8 miliardi in tre anni facendo leva su un programma progressivo che dovrà garantire 2 miliardi già il prossimo anno e far salire poi l’asticella a quota 5 miliardi nel 2021. A fissare questi target è il Documento di economia e finanza (Def) approvato nei giorni scorsi. Che però in uno dei suoi allegati (quello sul monitoraggio degli obiettivi di revisione della spesa per il 2018) ammette implicitamente che realizzare l’intervento non sarà facile. E a farlo notare è anche un dossier del Servizio studi della Camera proprio sul Def: in alcuni casi «sono emersi rischi per il completo conseguimento dell’obiettivo di risparmio, a fronte dei quali le amministrazioni hanno raramente proposto interventi correttivi».

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Non solo: il monitoraggio sulla “spending” 2018, con la quale i ministeri sulla base dell’ultima manovra targata Gentiloni-Padoan dovevano attuare un taglio strutturale di un miliardo, mette in evidenza come molte amministrazioni non riescano a resistere all’antico fascino dei tagli lineari. È il caso dei ministeri dell’Istruzione e dei Beni culturali che hanno continuato a optare per questa soluzione. A una stretta di tipo “semi-lineare” è invece ricorsa la Farnesina.

L'ANDAMENTO DEI TAGLI

Fonte: elaborazione su dati Mef e Upb

L'ANDAMENTO DEI TAGLI

Una storia iniziata nel 2007
Un precedente tutt’altro che beneaugurante quello dello scorso anno, in linea con la storia (non troppo lunga) della spending review italiana. Come si legge in un dossier del servizio studi della Camera del febbraio scorso «la necessità di un’analisi puntuale dei meccanismi che incidono sull’andamento della spesa pubblica e l’esigenza di individuare interventi mirati al suo contenimento e ad una progressiva riqualificazione hanno assunto, a partire dal 2007, un rilievo via via crescente nelle decisioni di finanza pubblica ».

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A cercare di spianare la strada alla spending fu l’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Ma il primo Governo con una un richiamo alla revisione della spesa è stato, con il decreto n. 78/10, quello a guida Berlusconi con Giulio Tremonti al Mef. I successivi decreti che si sono mossi lungo questo solco (i Dl 95/2012, 101/2013, 66/2014 e 90/2014, poi seguiti dalle leggi di stabilità e bilancio) hanno marciato più o meno parallelamente al via-vai di “commissari” che si sono susseguiti negli anni. Il primo ad avere un incarico specifico, con un’apposita delega, è nel Governo Monti l’allora ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda. Ma a inaugurare veramente l’era dei commissari è nel 2012 Enrico Bondi, che lascia nel gennaio 2013. A sostituirlo, ma solo fino a maggio, è Mario Canzio, al quale nell’ottobre del 2013 succede Carlo Cottarelli. Che resta al suo posto per circa un anno prima di lasciare anche per contrasti con il Governo Renzi. Nel marzo 2015 viene nominato Yoram Gutgeld che resta in carica anche con l’esecutivo Gentiloni e che realizza risparmi per circa 30 miliardi, quasi tutti utilizzati però a copertura di misure espansive come il bonus degli 80 euro. Dal 2018 la poltrona di commissario è rimasta vacante fino al Consiglio dei ministri del 18 aprile che ha nominato (come si legge sul comunicato ufficiale) “commissari” i viceministri dell’Economia, Laura Castelli e Massimo Garavaglia. Una nomina però risucchiata subito da un caos quanto meno procedurale, per alcuni “vizi” emersi nelle ore successive.

Gli esperti “mani di forbice”
In ogni caso i due viceministri dovrebbero coordinare una task force di esperti, denominata “mani di forbice”, tenendo conto delle direttive del ministro Giovanni Tria. Nel mirino gli oltre 853 miliardi di spesa del 2018 e la prevista corsa delle uscite correnti negli anni successivi (+18,3 miliardi nel 2019, +18,1 nel 2020 e + 11,6 nel 2021). Il tutto tenendo conto del recente avvertimento dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb): appare arduo centrare gli obiettivi di revisione della spesa fissati dal Def.

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