il governo a caccia di risorse

Spending review al Mef, sconti fiscali sotto tiro

di Marco Rogari

I conti di Cottarelli sul contratto M5S-Lega: costi fino a 125 miliardi, coperture di 500 milioni

3' di lettura

Con la rincorsa alle coperture del decreto dignità è ufficialmente partita la caccia del governo Conte alle risorse da trovare ex novo o da scovare tra le pieghe del bilancio.

Anche perché il possibile pressing di Bruxelles sulla manovra correttiva per quest’anno, che continua a essere esclusa dal ministero dell’Economia, e soprattutto l’avvicinarsi della scadenza di settembre per la definizione della Nota di aggiornamento al Def su cui costruire la legge di bilancio da varare a ottobre non lasciano molto tempo a Via XX Settembre e a Palazzo Chigi per individuare le opzioni di partenza su cui indirizzare il lavoro dei tecnici.

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Con un preciso vincolo, almeno sulla carta: evitare di far salire il deficit 2019 oltre l’1,4-1,5% del Pil anche alla luce del “rischio-spread” diventato più elevato e dei chiari segnali di una crescita 2018 più timida rispetto alle stime dell’esecutivo Gentiloni. Lo stesso premier Giuseppe Conte, del resto, ieri ha appoggiato la linea “prudente” di Tria spiegando che «non è solo il ministro dell’Economia che ha premura per i conti in ordine, io per primo e tutti i ministri abbiamo questa premura».

Quanto pesano gli sconti fiscali Dati in milioni di euro
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Quattro saranno i “serbatoi” della prossima legge di bilancio: i nuovi spazi di flessibilità che l’esecutivo tenterà di strappare alla Commissione Ue (Tria esclude al momento solo un «peggioramento» del saldo strutturale); il gettito dall’operazione “pace fiscale”; il riordino delle tax expenditures; il nuovo ciclo di spending review. E su quest’ultimo fronte a via XX settembre si sta pensando di non cedere le manicce del timone a un commissario straordinario, come è invece avvenuto negli ultimi anni, o a palazzo Chigi.

Della questione non si è ancora ufficialmente parlato. La priorità delle scorse settimane e degli ultimi giorni è stata l’attribuzione delle deleghe a viceministri e sottosegretari. Ma nella Lega c’è chi pensa che la partita sulla revisione della spesa debba essere gestita direttamente dal ministero dell’Economia. Una strategia che trova consensi anche nel M5S. Non è pertanto da escludere l’attribuzione di una specifica delega in materia a uno dei due viceministri, Laura Castelli (M5S) e Massimo Garavaglia (Lega), anche se l’ipotesi della nomina di un nuovo commissario non può ancora essere considerata tramontata. La scelta dovrà comunque essere fatta in tempi molto rapidi.

Il processo di revisione della spesa, dopo gli interventi introdotti nell’ultima legge di bilancio, è sostanzialmente fermo. La tabella di marcia fissata in modo preciso dalla riforma del bilancio approvata nel 2016, che ha reso di fatto la spending review obbligatoria e vincolante, è completamente saltata. Il Def di aprile nel quadro programmatico (che l’esecutivo Gentiloni non ha ovviamente potuto presentare) avrebbe dovuto infatti indicare i nuovi obiettivi di spesa dei ministeri da articolare e confermare successivamente con un apposito Dpcm da varare entro il 31 maggio. Due tappe cruciali per consentire poi ai singoli ministri nel corso dell’estate di proporre gli interventi da adottare con la manovra autunnale per rispettare i target indicati ed evitare il vecchio rito della trattativa in extremis sui tagli con il consueto rischio di sfociare in “strette” inevitabilmente lineari. Un rischio, che essendo stato di fatto azzerato il percorso a tappe tracciato dalla riforma del bilancio, rischia di ripresentarsi. Fino alla scorsa settimana, tra l’altro, oltre al lavoro preparatorio sulla pace fiscale l’unico dossier in qualche modo in fase di valutazione a via XX Settembre risultava essere quello sulle tax expenditures.

Un intervento su cui puntano molto sia i Cinquestelle, soprattutto attraverso una scrematura degli incentivi con ricadute negative sull’ambiente, che il Carroccio con un chiaro collegamento alla Flat tax. In autunno sarà pronto il nuovo rapporto del Mef sulla giungla degli sconti fiscali. Quello elaborato nel 2017 dalla commissione Marè ha individuato 466 misure sotto forma di sconti, detrazioni e via dicendo con un impatto finanziario di 54,236 miliardi per il 2018. Dal Governo gialloverde cifre ufficiali non ne sono state ancora fatte, ma una potatura sul 10% dei bonus consentirebbe di recuperare oltre 5 miliardi, che si ridurrebbero a 2,5 miliardi con un intervento più soft (riordino del 5% degli sconti). Almeno 6-8 miliardi potrebbero arrivare dal nuovo ciclo di revisione della spesa e dall’estensione a tutto campo del meccanismo dei costi standard, caro alla Lega. Il tutto andrebbe ad aggiungersi al gettito della pace fiscale. Una dote che verrebbe però quasi interamente assorbita dalla promessa sterilizzazione totale delle clausole Iva (quasi 12,5 miliardi) a meno che questo intervento non venga coperto in gran parte dai nuovi spazi di flessibilità da chiedere a Bruxelles, facendo anche leva sulla clausola migranti. C’è poi il capitolo degli investimenti pubblici, che il Governo vorrebbe fuori dai vincoli europei di finanza pubblica. Ma la trattativa si annuncia lunga.

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Dati in miliardi di euro (Fonte: ministero dell'Economia e delle Finanze)

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