publio Ovidio nasone

Spensierata “Ars Amatoria”

di Emanuele Papi


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La mostra «Ovidio. Amori, miti e altre storie», a cura di Francesca Ghedini, alle Scuderie del Quirinale ( Mimmo Frassineti / AGF)

4' di lettura

“L'ambizione non ci interessa né il desiderio di essere ricchi / evitiamo il foro e preferiamo occuparci di un sofà all'ombra”. Questa asserzione si trova in una delle opere di Ovidio e potrebbe essere il suo manifesto. Il padre, un gentiluomo di Sulmona tra le montagne dei Peligni, lo aveva mandato a studiare a Roma assieme al fratello, per dargli una posizione e una carriera da funzionario statale. Ma quel lavoro non faceva per lui, non aveva il fisico né la voglia, più sbrigliato con i versi che nelle prose, si accontentava del posto in società che gli era capitato. Prese moglie da ragazzo, ma gli risultò inadatta e inutile. Anche la seconda consorte durò poco e la colpa non fu di lei. Con la terza rimase fino alla fine, anche se fu per gran parte un matrimonio a distanza, quando il poeta fu esiliato ai confini remoti dell'impero. Se la professione e la famiglia non erano nelle sue corde, lo animavano la poesia e i miti, dove è già accaduto tutto e basta solo prendere l'esempio (li conosceva tutti alla perfezione). Delle mogli non ricordò i nomi ma lo fece - uno per uno – con i poeti che gli erano cari, come l'amico Pompeo Macro, con cui era andato a istruirsi nelle città greche, o i più famosi Properzio e Orazio (non fece in tempo a conoscere Tibullo ma riuscì almeno a vedere Virgilio).
Quando Ovidio arrivò a Roma (era nato nel 43 a.C.), le guerre civili erano finite e incombeva la pax augusta. A comandare ci pensava Augusto con i suoi fiduciari, il regime era cupo e alla nobiltà disoccupata rimanevano i privilegi: vite eleganti, palazzi e giardini, passeggiate e ricreazioni in una città che diventava sfavillante. Valerio Messalla Corvino era della vecchia aristocrazia e anche del nuovo apparato, protettore delle arti e delle lettere, aveva un salotto culturale che riuniva nella sua dimora al Palatino o nel parco privato sul Pincio. Ovidio era invitato e, come gli altri poeti, cantava l'amore con versi gentili, pubblicando gli Amores, componimenti per un'immaginaria Corinna, e le Heroides, lacrimevoli epistole di eroine abbandonate o incestuose (considerava uomini e donne con par condicio). Scrisse anche una Medea folle d'amore, che non fu ricopiata dagli amanuensi ed è andata persa.
Il suo eros non era struggente, tormentato e lagnoso, come nelle elegie dei suoi colleghi. Era piuttosto un amoreggiare spensierato (lascivus) o un flirt laborioso, in cui la caccia vale quanto la preda. L'Ars Amatoria è il manuale irriverente del perfetto seduttore e della perfetta seduttrice. Per Ovidio fare l'amante è come fare il soldato, solo meno impegnativo: equipaggiamenti e vestizioni, appostamenti e attacchi, campi di battaglia e conquiste (meglio se già accasate). Per quelli a cui era andata male o volevano battere la ritirata scrisse i Remedia Amoris. Le donne potevano combattere i segni del tempo con gli impiastri prescritti nei Medicamina faciei, perché “l'amore per i costumi resta fermo ma il tempo deforma il viso” e per ripristinarlo servono corna di cervo adulto e nidi di alcioni triturati, glutine d'orzo e bulbi di narciso, incenso e mirra…

Le Metamorfosi per poco non finirono nel braciere, quando Ovidio fu colpito dalla disgrazia. In una distesa di quasi 12.000 esametri (duemila meno dell'Eneide) raccontano più di duecento trasformazioni, dall'origine del mondo a Giulio Cesare. Tra i mutanti troviamo di tutto: piante, fiumi, città e abitanti, dèi dell'Olimpo (maggiori, minori o semisconosciuti), esseri mitici e leggendari, personaggi storici. Anche l'esito del cambiamento è svariato e multiforme: flora, fauna e vegetazione, minerali, gas e altri composti chimici, elementi di geografia fisica (fiumi, monti e isole) e di astronomia (stelle), dèi e dee, perfino architetture (gradini di marmo), genere biologico (da maschio a femmina e viceversa), colori e forme a piacere. Eros è un padrone difficile e la metamorfosi è un modo per accontentarlo, negli amori tra dèi o tra loro e gli umani, in quelli a prima vista, incestuosi, respinti e impossibili. Ovidio aveva ricavato le storie dai libri, ma ricreò gli originali con nuove e singolari interpretazioni. I Romani erano abituati alle metamorfosi, scolpite nel marmo, nel bronzo e nella terracotta, dipinte sulle pareti o composte con le tessere dei mosaici, messe in scena con immagini istantanee degli avvenimenti. I Libri dei Fasti (Fasti significa in questo caso Calendario) erano dedicati all'imperatore, trattavano mese per mese le cerimonie e le sagre della tradizione. Ovidio era impolitico e cercava di trasformarsi in bardo laureato ma non gli riuscì e smise di scrivere quando arrivò al settimo mese.
La sua carriera di libertino e bon vivant finì nel 8 d.C. L'Ars Amatoria era stata un errore, Augusto si adirò e con un'ingiunzione implacabile lo relegò a Tomi tra i barbari del Mar Nero (una “Siberia” che si trova oggi in Romania). Aveva cinquanta anni e ci rimase per altri dieci, fino alla morte (fu sepolto in situ). Si disperò: era stato sconsiderato ma non aveva commesso un crimine. Il Capo era per l'ordine totalitario e per il pudor priscus (la decenza di una volta), contrario alle effusioni adulterine, castigate anche da una legge a suo nome. E l'Ars non andava esattamente nella direzione della fedeltà coniugale (Augusto aveva una figlia e una nipote volages e rinchiuse anche loro in un isola, dove c'erano però ville dotate di tutti i confort). Tra le selvatiche tribù balcaniche Ovidio non smise di fare il poeta ma con un'altra vena. Scrisse un'invettiva contro un ex amico: Ibis (un uccello che si pulisce il didietro con il becco) e un trattatello di pesca. Nei Tristia e nelle Epistulae ex Ponto pianse la dura sorte, rimpianse la bella vita che faceva a Roma e i pochi amici che gli erano rimasti, scongiurò l'intercessione dei potenti per revocare la sua dannazione che mai arrivò.

Troppo tardi: il 12 dicembre 2017 il Comune di Roma votò una mozione del M5S che cancellava l'editto di Augusto, con l'assoluzione e la riabilitazione del Poeta.

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