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Covid, Istat: la speranza di vita cala di 1,2 anni, a Bergamo precipita (-4,3)

L’aggiornamento annuale del sistema di indicatori del Benessere equo e sostenibile dei territori, riferiti alle province e alle città metropolitane italiane

di Andrea Carli

Reddito: si ragiona su famiglie numerose e territori

4' di lettura

Un 2020, anno della pandemia Coronavirus, che ha visto un calo della speranza di vita di 1,2 anni, con Bergamo, Cremona e Lodi a registrare un a contrazione per gli uomini di 4,3 e 4,5 anni .

Sul fronte del lavoro, dopo alcuni anni in diminuzione i giovani “Neet” ( “Neither in Employment nor in Education or Training”, ovvero i giovani che non lavorano e non studiano) sono aumentati raggiungendo il 23,3%. La distribuzione tra le province mostra una divaricazione tra l'area del Nord-est e la Sicilia, dove la quota tocca il 40% a Messina, Catania e Caltanissetta. Tuttavia, la provincia con il valore più alto del tasso è, anche nel 2020, quella di Crotone (48%), che marca una distanza notevole da Pordenone (10,7%), Ferrara (11,1%) e Sondrio (11,9%), le province più virtuose. Dal punto di vista del benessere economico, infine, continua a diminuire i l tasso di ingresso in sofferenza dei prestiti bancari, anche grazie alla propensione al risparmio delle famiglie italiane.

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Differenze nette ma attenuate tra Centro-nord e Mezzogiorno

Sono alcuni degli elementi che emergono dall’ultima rilevazione Istat sulle Misure del Benessere equo e sostenibile dei territori. L’ente statistico ha aggiornato 63 indicatori statistici. Parametri utili a raccontare i territori. La conclusione è che le distanze tra Centro-nord e Mezzogiorno si sono attenuate nell'ultimo anno per il peggioramento più marcato del Centro-nord dovuto alle più forti ripercussioni della crisi sanitaria in questi territori.

SPERANZA DI VITA ALLA NASCITA
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Nel 2020 Speranza vita cala 1,2 anni ma a Bergamo -4,3

Nel 2020 - mette in evidenza l’Istat nel report -, la diffusione della pandemia da Covid-19 e il forte aumento del rischio di mortalità che ne è derivato ha interrotto bruscamente la crescita della speranza di vita alla nascita che aveva caratterizzato il trend fino al 2019, facendo registrare, rispetto all'anno precedente, una contrazione pari a 1,2 anni. Nel 2020, l'indicatore si attesta a 82 anni (79,7 anni per gli uomini e 84,4 per le donne).A livello provinciale la speranza di vita si riduce nelle aree del Paese a più alta diffusione del virus durante la fase iniziale della pandemia. Tra queste, le province di Bergamo, Cremona e Lodi dove per gli uomini si è ridotta rispettivamente di 4,3 e 4,5 anni, seguite dalla provincia di Piacenza (-3,8 anni).

Lavoro, l’emergenza sanitaria ha colpito più duro giovani, donne e stranieri

L'emergenza sanitaria seguita alla pandemia ha avuto ripercussioni rilevanti sul mercato del lavoro, in particolare sulle componenti più vulnerabili (giovani, donne e stranieri) che già partivano da condizioni occupazionali più difficili. Il tasso di occupazione della popolazione in età compresa tra 20 e 64 anni in media Italia è sceso al 62,6% (era 63,5% nel 2019). Nonostante il calo abbia riguardato maggiormente il Nord del Paese, più colpito nella prima ondata pandemica del 2020, lo svantaggio del Mezzogiorno rimane elevatissimo, con un tasso di occupazione del 48%, rispetto al 71,5% del Nord e al 67,4% del Centro. I cali di occupazione più ingenti si osservano sia per alcune province del Mezzogiorno, come Sassari, dove il tasso di occupazione per le persone di 20-64 anni passa da 59,7% del 2019 a 53,6% (-6,1 punti percentuali), Vibo Valentia (-4,5 p.p.) e Siracusa (-4,1 p.p.), sia tra le province del Nord, tra cui Cremona (-4,5 p.p.) e Vicenza (-4 p.p.). Tra le donne cali consistenti si rilevano anche nelle province di Benevento, Rovigo e Belluno. Nel 2020 le prime quattro province con i valori più elevati del tasso di occupazione sono nel Nord-est. La migliore in assoluto risulta Bolzano (77,2%), seguita da Bologna (76,6%), Forlì-Cesena (75,3%) e Trieste (75,1%). Quinta è Firenze (74,3%). All'opposto, tutte le province del Mezzogiorno si collocano nella coda della graduatoria nazionale. Le più penalizzate sono Crotone (35,6%) Vibo Valentia (40,0%), Caltanissetta (41,2%), Napoli (41,4%) e Foggia (42,6%).

TASSO DI INGRESSO IN SOFFERENZA DEI PRESTITI BANCARI ALLE FAMIGLIE
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Continua a scendere il tasso di ingresso in sofferenza dei prestiti bancari alle famiglie

Nel 2020 in Italia continua a scendere il tasso di ingresso in sofferenza dei prestiti bancari alle famiglie, ossia il rapporto percentuale tra le consistenze delle nuove sofferenze nell'anno (prestiti a soggetti dichiarati insolventi o difficili da recuperare nel corso dell'anno) e lo stock dei prestiti non in sofferenza nell'anno, posizionandosi sullo 0,6%. Il trend di questo indicatore, che - sottolinea l’Istat - coglie almeno in parte la vulnerabilità finanziaria e le difficoltà delle famiglie, sembra non risentire in maniera evidente dell'effetto della crisi pandemica, grazie al potenziamento degli interventi a sostegno delle famiglie indebitate , alla tradizionale propensione al risparmio delle famiglie italiane e alla contrazione dei consumi nell'ultimo anno . La tendenza di riduzione, sia rispetto all'anno precedente che in confronto al 2010, interessa la maggior parte delle province italiane. Nell'ultimo anno, solo in cinque province si rileva un peggioramento, particolarmente accentuato per Aosta (da 0,3% a 0,9%) e Asti (da 0,5% a 0,9%). Anche nel 2020 le province con livelli più bassi sono prevalentemente nel Nord-est. La migliore posizione in assoluto è quella di Bolzano (0,1) seguita da Trieste (0,2) e Belluno (0,3). All'opposto, tra le province con i tassi di ingresso in sofferenza più elevati si trovano prevalentemente le province del Mezzogiorno con Catania (1,3), Siracusa (1,1), Crotone (1,1) e Caserta (1,1) sui livelli maggiori in assoluto. Fanno eccezione Matera (0,3) e Nuoro (0,4), con livelli migliori di numerose altre province del Centro-nord.


Oltre due terzi scuole non accessibili disabili

Solo 32,6 edifici scolastici su 100, da quelli dell’infanzia fino alle secondarie di secondo grado, sono completamente privi di barriere fisiche e quindi pienamente accessibili ai disabili motori. «Meno di una scuola su tre, possiede ascensori, bagni, porte e scale a norma, e dispone, nel caso sia necessario, di rampe esterne e/o servoscala. Le differenze territoriali sono ampie, nonostante l’accessibilità degli edifici scolastici sia regolata da disposizioni legislative che tutelano il diritto all’istruzione e all’inclusione sociale. Nel Nord la quota di scuole accessibili sfiora il 38% contro il 27,4% del Mezzogiorno. Tra le province, il valore più alto si riscontra ad Aosta (63,2%), il minimo ad Agrigento (18%)».


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