Le donne e il lavoro / 2

Speranze frustrate che stanno frenando una transizione necessaria

La pandemia ha falcidiato i redditi del 60%delle madri lavoratrici, specialmente quelle pagate meno

di Cristina Sivieri Tagliabue

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(Maridav - stock.adobe.com)

4' di lettura

Un passo avanti e uno indietro. Il discorso dell’8 marzo ha mostrato quanto il presidente del Consiglio consideri prioritaria la questione di genere e che il suo governo, nel quadro di Next Generation Eu, valuti «infrastrutture sociali e occupazione femminile» come un tema centrale. La speranza suscitata per le prospettive future è stata però frustrata dall’hic et nunc: quasi niente nei successivi decreti e interventi è stato deciso per sostenere, nell’immediato,
le donne.

Le madri lavoratrici, dipendenti o professioniste che siano, sono state lasciate indietro. Nel decreto “sostegni” lo smart working è stato interpretato come strumento di conciliazione. L’intervento che offre 250 euro – a luglio – a favore delle famiglie con figli non spetta a tutti. Le scuole aprono in mezzo a strumentali polemiche, e non agli adolescenti. I passi avanti e indietro, insomma, sono in realtà solo dei passettini.

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Tuttavia l’occasione è troppo importante per non usarla allo scopo di avviare una profonda ridefinizione strategica della questione di genere. Non ci possono essere una transizione digitale e tantomeno una ecologica che perseguano il bene comune e favoriscano l’innovazione necessaria al pianeta senza una transizione sociale. E questa non sarà possibile senza proteggere e sviluppare il lavoro di chi ha figli e in particolare delle donne. Sia in vista del Recovery Plan, sia negli interventi del governo per fronteggiare la crisi.

Non si avanza verso il futuro se nel presente si arretra verso un passato che si sperava dimenticato. Non si costruisce una prospettiva senza un’analisi della situazione di fatto. Le forme di protezione tradizionali non reggono. La trasformazione del mondo del lavoro è in atto. Ridefinisce i ruoli degli ordini professionali e dei sindacati, perché l’occupazione è liquida come la società in cui stiamo imparando a galleggiare. Unifica i destini di molti lavoratori che l’ideologia del passato ha considerato separati: nell’ambito della precarietà acuita dalla crisi, sussistono enormi rischi per le dipendenti, ma anche il passo tra piccola imprenditrice e la disoccupazione è molto piccolo. Lo ha detto anche l’europarlamentare Irene Tinagli, a suo modo, in un’intervista recente a «La Stampa».

E in questo contesto, le ragazze fanno e faranno mestieri diversi nel corso della vita. Sono occupate per un’attività economica e per la cura della famiglia. Una transizione sociale forte deve partire dall’ammissione empiricamente evidente che sono state soprattutto le donne a rinunciare al lavoro per occuparsi dei figli i cui asili e scuole il governo ha deciso di chiudere. Interventi efficaci avrebbero dovuto prevedere aiuti veri per le madri che seguono i ragazzi a casa, permettendo loro di svolgere questo “lavoro” in serenità. Con la sicurezza che saranno aiutate anche nella fase di ritorno full time alla professione, come dipendenti o piccole imprenditrici. Perché dopo un anno di sacrifici, è necessario: il Tribunale dei minori di Milano ha allontanato il doppio dei bambini dalle proprie famiglie nel 2020. E tira una brutta aria in tutte le regioni, in termini di malattie psicologiche degli adolescenti, oltre che dei genitori.

Che cosa è accaduto, invece, da gennaio a oggi? Un decreto di marzo, di piccolo cabotaggio, ha affrontato la questione dei congedi per le madri con lavoro dipendente e con figli minorenni: ha sanato l’assurdità che costringeva le madri a prendere le ferie, ma remunera i congedi al 50% e la misura può essere utilizzata da pochi. Non parliamo delle partite Iva, che hanno avuto sino a ora minimi aiuti, figuriamoci per chi ha figli. Lo stesso, per il bonus baby sitter, che è previsto solo per categorie che devono lavorare “in presenza” o per le libere professioniste. Sono cento euro a settimana. A voi giudicare la congruità della manovra. Fino a oggi, finché dopo Pasqua non verranno riaperte in modo uniforme tutte le scuole, milioni di madri e padri sono stati a casa, in smart working e in grande difficoltà perché impossibilitati a svolgere con dignità la propria professione – pur sempre un lavoro, seppur da casa, con orari di lavoro da ufficio, se non peggio – conciliandola con la “non” professione della cura dei figli.

Recentemente il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao ha affermato che il 60% delle famiglie non ha una connessione internet all’altezza. Sarà con il Recovery che miglioreremo, si spera, la penetrazione del digitale nelle nostre case, e sarà con lo stesso strumento che il lavoro delle donne raggiungerà la media europea del 62% di occupazione. Al momento, però, questo 60% di famiglie con poca connessione è indice del fatto che solo un terzo degli alunni è in grado di seguire – si fa per dire – la scuola in modalità Dad, o didattica a distanza.

Cosa avranno fatto, in questi quasi due anni persi, a casa, i restanti due terzi dei ragazzi? E cosa faranno i ragazzi delle scuole medie e superiori che ancora, dopo Pasqua, saranno costretti alla
didattica digitale?

Eppure i giovani sono il nostro bene comune più prezioso. Insieme a chi ha fatto la “resistenza” con loro, i genitori. Le madri. Una resistenza costata i 100mila posti di lavoro alle donne, e al Paese il più basso tasso di natalità dal dopoguerra a oggi, come ha ben sottolineato questo giornale nei giorni scorsi con le analisi di Alessandro Rosina. Una ricerca Ipsos per WeWorld– un’organizzazione attiva in 27 Paesi, Italia inclusa, con progetti per garantire i diritti delle comunità più vulnerabili a partire da donne e bambini – ha certificato che il 60% delle donne con figli ha avuto un calo del 20% delle proprie entrate, mentre 3 donne su 10 (non occupate) con figli a causa del Covid hanno deciso di rinunciare alla ricerca di lavoro. Donne in stato di indigenza e povertà, come ha raccontato l’Istat. Ecco. Bisogna proprio cambiare punto di vista perché questi sacrifici non sono più sostenibili da chi ha fatto una scommessa gioiosa sul futuro. Sono passati 13 mesi dal primo lockdown: cosa è stato fatto per costruire un percorso di prospettiva economica per i più deboli – i bambini, i disabili, i nuovi poveri, le famiglie, le partite Iva, i liberi professionisti – che sono le categorie che più hanno pagato l’isolamento dal mondo?

In certi casi è vero, siamo il nostro lavoro. In altri casi, però, siamo i nostri figli. Guardiamo al Next Generation Eu anche in questo senso. Che sia una transizione sociale, che qualcuno ci mostri la strada per intraprenderla e che cominci ora.

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