la scena francese

Sperimentazioni artistiche alla 15ª Biennale di Lione

La 15ª edizione visitabile fino al 5 gennaio 2020 è affidata a un collettivo curatoriale che ha scelto le opere di tra artisti e gruppi artistici ispirate al grande spazio industriale della Fagor chiusa nel 2015

di Sara Dolfi Agostini


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4' di lettura

Là où les eaux se mêlent è una poesia dello scrittore americano Raymond Carver il cui titolo ha ispirato anche la 15ª edizione della Biennale di Lione , inaugurata il 17 settembre e visitabile fino al 5 gennaio 2020. Originariamente una dichiarazione sentimentale per l'acqua, la frase si arricchisce di connotazioni geografiche e politiche a Lione, che si trova alla confluenza di due fiumi, Rodano e Saona, e come molte città industriali ha accusato il peso della crisi economica al volgere degli anni Duemila. Un fardello che la Biennale ricontestualizza in un mondo umano e non, di energie che si trasformano e flussi di capitali, beni, informazioni, macchine che definiscono - non alterano - la nostra realtà. All'idea curatoriale - più che inflazionata - della fine di un'era si sostituisce quella di un cambiamento costante che gli artisti sono chiamati a interpretare, e che quest'anno tocca anche l'istituzione stessa. Infatti, la Biennale nasce nel 1991 da un'idea del curatore Thierry Raspail, che nel 2018 è andato in pensione lasciando la direzione artistica della mostra e del MAC Lyon a Isabelle Bertolotti. A lei, dunque, si deve la nomina di un collettivo curatoriale di un museo a capo della mostra. Si tratta dei sei curatori del Palais de Tokyo – l'italiana Vittoria Matarrese insieme a Daria de Beauvais, Yoann Gourmel, Matthieu Lelièvre, Adélaïde Blanc, Claire Moulène, Hugo Vitrani - con cui Raspail aveva avuto un contatto iniziale attraverso il presidente dell'istituzione parigina, Jean de Loisy, che nel frattempo è passato all' École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi.

Lo spazio industriale dell’arte

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La mostra. Abbandonato il modello tematico di Raspail, la 15ª Biennale di Lione ha tratto ispirazione da un sito industriale dismesso nel 2015, che si aggiunge alla sede storica, il Mac Lyon . Sono le enormi fabbriche Fagor, 29mila metri quadri situati nel cuore del distretto operaio di Gerland, ancora oggi abitato dai lavoratori. “Proprio come il Palais de Tokyo, si tratta di uno spazio non neutrale, si potrebbe dire un paesaggio – politico, chimico, sociale e mitologico - e la mostra è l'esperienza per attraversarlo” spiega Vittoria Matarrese. Nonostante la vastità degli spazi, i curatori hanno deciso di focalizzarsi solo su 55 artisti e collettivi, una scelta che finalmente accoglie il maggior criticismo alle pachidermiche biennali internazionali – una su tutte Venezia – obsolete e penalizzanti per il pubblico tanto quanto per gli artisti partecipanti, costretti a centellinare spazi e budget. “Per la produzione abbiamo allocato 1 milione di euro, ma siamo riusciti ad arrivare a circa 2,5 milioni con sponsorizzazioni tecniche e mecenatismo, e la metà degli artisti non ha una galleria alle spalle” rivela Yoann Gourmel. Poi aggiunge: “a livello di metodologia curatoriale, ha aiutato il fatto che ci conoscevamo e lavoravamo già in uno spazio condiviso – anche se su progetti diversi”. Così in poco più di un anno di lavoro e incontri settimanali, i sei curatori hanno selezionato gli artisti, seguito le produzioni – il 96% sono nuove commissioni – e poi il progetto di installazione, iniziato tre mesi prima dell'inaugurazione. Il risultato è una mostra che si dipana per intuizioni estetiche e formali senza costringere il visitatore in un percorso univoco, e accoglie contaminazioni in spazi a perdita d'occhio, privi di divisioni allestitive.

Gli artisti. Sulla facciata si è subito immersi nella poesia urbana e post-industriale dello street artist americano Stephen Powers, la cui fama indiscussa è legata ai muri di Philadelphia più che alle mostre in galleria. Ed è vicino all'ingresso che si trova una delle opere più convincenti di questa Biennale, «Horse Power» dell'italiano Nico Vascellari (studio dell'artista Codalunga, da 40mila euro), che rilegge il rapporto tra capitalismo e natura nell'industria dell'automobile, materializzandone i simboli zoomorfi per un rally tra le strade di Cinecittà. In una mostra in cui la figura umana è assente – con l'eccezione del video dell'artista outsider Abraham Poincheval in cui la sua sagoma scura passeggia tra le nuvole – le sculture animali di Vascellari con gli iperrealistici occhi in vetroresina usati in campo cinematografico e il corpo straziato dal calore del motore rivendicano un'umanità negata. Sul fronte opposto, ci sono le membrane elastiche “simil umane” di Malin Bülow (studio dell'artista, prezzi su base progettuale) e i manichini robotici vestiti da bambine di Fernando Palma Rodríguez (da Gaga Fine Arts, prezzi 8-40mila dollari), critica a un'infanzia negata. Una visione più vitale ma non meno grottesca si trova nelle opere di Mire Lee (studio dell'artista, prezzi su base progettuale) e Gaëlle Choisne, entrambe alunne della prestigiosa Rijksakademie di Amsterdam. I corpi meccanici di glicerina e motori di Lee si attorcigliano spinti da un desiderio di unione, mentre le sculture sentimentali di Choisne sono agglomerati di oggetti trovati e materiali decostruiti a suggerire un romanticismo della catastrofe. Sam Keogh (da Kerlin Gallery , prezzi c.ca 1000 euro per le sculture piccole) ci spinge nelle viscere della città, tra storie di gentrificazione, scarichi sotterranei e infestazioni batteriche, mentre Yona Lee (studio dell'artista, prezzi su base progettuale) ci fa salire una scala a chiocciola per riposare in uno spazio d'arredo con letti, sedute e tavolini di design da cui guardare il mondo – e la fabbrica - con una prospettiva diversa, ma condivisa. Il futuro inizia da qui.

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