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Spesa alimentare e inflazione: si spende di più per acquistare meno (e di più bassa qualità)

Secondo l’Istat, rispetto al 2021 a luglio le vendite di beni alimentari registrano un marcato aumento in valore (+6,1%) e una diminuzione in volume (-3,6%). Coldiretti:rischio per la qualità del made in Italy

di Emiliano Sgambato

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4' di lettura

Comincia a concretizzarsi l’effetto inflazione sulla spesa alimentare degli italiani, che tagliano la quantità di cibo nel carrello e aumentano il ricorso ai discount. I dati di luglio, complice il periodo di ferie, sono ancora probabilmente un’indicatore parziale – tra l’altro con un lieve segno più rispetto a giugno – ma la tendenza sembra tracciata e si prospettano, anche su questo fronte, mesi molto difficili.

A livello complessivo, il monitoraggio mensile dei consumi dell’Istat stima infatti a luglio una crescita congiunturale (cioè rispetto a giugno) per le vendite al dettaglio dell’1,3% in valore (in sostanza base ai prezzi pagati) e dell’1% in volume (cioè in riferimento alle quantità). Sono in aumento sia le vendite dei beni non alimentari (+1,3% in valore e +1,4% in volume) sia quelle dei beni alimentari (+1,2% in valore e +0,5% in volume). A livello tendenziale però – cioè rispetto allo stesso mese del 2021 – sono in crescita solo le vendite dei beni non alimentari (+2,7% in valore e +1% in volume) mentre quelle degli alimentari registrano un più marcato aumento in valore (+6,1%) e una diminuzione in volume (-3,6%).

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Coldiretti sottolinea come, se si guarda ai primi sette mesi dell’anno, il caro prezzi taglia del 3,2% gli acquisti alimentari degli italiani che sono però costretti a spendere però il 3,6% in più a causa della crisi energetica e delle materie prime. «L’impatto dell'inflazione è evidente dal fatto che in controtendenza volano gli acquisti di cibo low cost con i discount alimentari che fanno segnare nei primi sette mesi un balzo del +9,6% nelle vendite in valore, il più elevato nel dettaglio. Il risultato dei discount – sottolinea la Coldiretti – evidenzia la difficoltà in cui si trovano le famiglie italiane che, spinte dai rincari, orientano le proprie spese su canali a basso prezzo rinunciando anche alla qualità».
Secondo i risultati di un'indagine condotta sul sito dell’associaizione agricola, inoltre, più di un italiano su due sta tagliando la spesa nel carrello e un altro 18% dichiara di aver ridotto la qualità degli acquisti. Solo il 31% non ha modificato le proprie abitudini di spesa.

E la situazione potrebbe esplodere in autunno. «Bisogna intervenire subito sui rincari dell'energia che mettono a rischio imprese e famiglie in settori vitali per il Paese – afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che «rischiamo un crack alimentare, economico e occupazionale visto che proprio in questi mesi si concentrano le produzioni agricole tipiche del Made in Italy e della Dieta Mediterranea con le loro lavorazioni per olio, vino, ortaggi e frutta per conserve, succhi e derivati».

«La contrazione delle vendite sul 2021 è la dimostrazione della crisi che investe le famiglie italiane – afferma il presidente Codacons Carlo Rienzi –. Per gli alimentari, che rappresentano consumi primari per i cittadini, si registra una flessione degli acquisti del 3,6% in volume, cui fa da contraltare un incremento quasi doppio delle vendite in valore. Questa è la prova inconfutabile degli effetti del caro-prezzi, e del paradosso in base al quale oggi gli italiani spendono di più per acquistare meno. Contro tale situazione il Governo deve intervenire con urgenza disponendo il taglio dell'Iva sui beni primari come gli alimentari, in modo da portare ad una immediata riduzione dei listini al dettaglio, determinare benefici economici per le famiglie e sostenere i consumi».

«I dati relativi alle vendite al dettaglio di luglio risentono della recente accelerazione dell'inflazione e registrano l'effetto positivo del periodo estivo e della voglia delle famiglie di ritrovare una nuova normalità dopo due estati influenzate negativamente dalla pandemia. Analizzando i dati tendenziali, però, emerge come l'andamento dei volumi di vendita continui a registrare segnali di rallentamento», commenta Carlo Alberto Buttarelli, direttore Ufficio studi e relazioni con la filiera di Federdistribuzione. «Sulla contrazione dei consumi pesa il clima d'incertezza delle famiglie, che per difendersi dall'aumento dei prezzi stanno modificando le proprie scelte d'acquisto. Registriamo infatti – continua Buttarelli – una contrazione delle vendite di prodotti di fascia premium, e una crescita delle fasce di primo prezzo, segno di un orientamento maggiore alla convenienza, con un trend che se fosse confermato nei prossimi mesi potrebbe mettere a rischio le filiere produttive italiane di eccellenza. In questo contesto, inoltre, cresce la ricerca di prodotti con un ottimo rapporto qualità-prezzo, come quelli a Marca del Distributore, che registrano una crescita di un punto percentuale della quota di mercato. Le aziende della Distribuzione Moderna hanno sacrificato in questi mesi parte dei propri margini per tutelare il potere di acquisto delle famiglie, rallentando la spinta inflazionistica dovuta all'aumento dei prezzi delle materie prime. Oggi, la pressione dei costi energetici, più che triplicati in poche settimane, mette a rischio la tenuta economica delle imprese che, senza interventi immediati da parte del Governo, potrebbero essere costrette a chiudere numerosi punti vendita. Un'incidenza così forte dei costi sui conti economici delle aziende rischia altresì di alimentare ulteriormente la spirale inflazionistica del Paese e appesantire il peso del carrello della spesa di altri 2 o 3 punti percentuali, rispetto al +9,7% già registrato ad agosto. Uno scenario drammatico per i consumi interni e per il livello di fiducia delle famiglie».

«Le vendite non potevano che migliorare rispetto al mese precedente quando erano precipitate su tutti i fronti: congiunturale, tendenziale, alimentare e non alimentare – è il commento del presidente dell’Unione nazionale dei consumatori, Massimiliano Dona – . Su base annua, però, i nodi vengono al pettine. I prezzi alle stelle hanno costretto gli italiani a ridurre gli acquisti di cibo». Secondo un’analisi Unc, le vendite alimentari di luglio in volume, nei dati destagionalizzati, sono inferiori sia nel confronto con quelle di febbraio 2020, ultimo mese pre-lockdown, con -3,3%, che rispetto a gennaio 2020, ultimo mese pre-pandemia (-0,6%).


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