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Spese di partecipazione al project financing non rimborsabili se la proposta diventa insostenibile

L’impossibilità di farsi carico dell’aumento dei costi giustifica la scelta dell’amministrazione di non proseguire

di Francesco Longo

(oksix - stock.adobe.com)

3' di lettura

L’operatore che presenta una proposta nell’ambito del project financing non può chiedere il risarcimento dei danni se la pubblica amministrazione ritiene non sostenibile l’operazione dal punto di vista economico. E ciò anche se l’aumento dei costi è emerso in fase di Conferenza dei servizi, a seguito della necessità di modificare il progetto.

I criteri per decidere

Nella procedura a evidenza pubblica, il project financing si divide in due fasi amministrative: la prima diretta all’individuazione della migliore proposta contrattuale, la seconda con lo scopo sia di individuare l’operatore in grado di meglio realizzare quella proposta che di stabilire quale sia la migliore proposta formulata attraverso una valutazione discrezionale perché in grado di meglio rispondere al pubblico interesse.Si tratta di una decisione complessa, alla quale la Pubblica amministrazione è in grado di giungere prendendo in considerazione una molteplicità di profili delle proposte dei partecipanti alla procedura di gara (Tar Lazio, II sezione, stralcio sentenza 21 novembre 2022).

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Profili che, spiega il Tar Lazio, riguardano l’aspetto urbanistico ambientale, la fruibilità dell’opera, l’accessibilità al pubblico, il procedimento e il costo di gestione e di manuntenzione, la durata della concessione, i tempi di ultimazione dei lavori, le tariffe da applicare, i metodi di aggiornamento delle stesse, il valore economico e finanziario del piano, il contenuto della bozza di convenzione tra imprese e amministrazione, la verifica circa l’assenza di elementi ostativi alla realizzazione dell’opera e l’esame comparativo di eventuale altra proposta (articolo 154 del Dlgs 163/2006). Si tratta, pertanto, di una valutazione attinente al merito amministrativo, difficilmente sindacabile in sede giurisdizionale, se non per violazione di legge, travisamento di fatto, irragionevolezza manifesta, illogicità.

L’aumento dei costi

Il caso deciso riguarda la pubblicazione dell’avviso pubblico, indetto dal Comune di Roma capitale, avente a oggetto la manifestazione di interesse pubblico per la costruzione e la gestione, totalmente con capitali privati, dell’opera pubblica costituita da un asilo nido per 60 bambini con servizi aggiuntivi per l’infanzia, corrispondente a un importo stimato di 1.500.000 euro.

Nel corso del procedimento, l’amministrazione ha individuato la migliore proposta fatta sotto il profilo tecnico costruttivo, tuttavia, non l’ha ritenuta idonea sotto quello economico finanziario, a causa della sua non sostenibilità economica nella misura in cui il concorrente ha chiesto l’intervento da parte dell’amministrazione a fronte della necessità di modificare il progetto stesso, emersa in Conferenza dei servizi.

Decisione corretta

Il Tar precisa che la posizione comunale deve ritenersi corretta sotto il profilo della buona fede, in quanto l’amministrazione, dopo aver valutato la fattibilità tecnica dell’opera, ha ritenuto di non poterla realizzare sulla scorta di quanto indicato dal proponente perché il Comune non poteva mettere la somma indicata dal concorrente a carico del bilancio pubblico.

Tale condotta è coerente, non contraddittoria, nè può far sorgere un eventuale legittimo affidamento contrario con ogni connessa conseguenza circa l’esclusione del rimborso delle spese progettuali (articolo 155 del Dlgs 163/2006). Dal momento che il soggetto che propone l’iniziativa da realizzarsi con progetti finanziari è consapevole che la proposta potrebbe non trovare l’assenso dell’amministrazione chiamata a valutare, ne deriva che, laddove l’opera non venga ritenuta di pubblico interesse, ciò non comporta la violazione delle regole di buona fede, sicché le spese sostenute per la predisposizione della proposta rimangono a carico del proponente, che ha aderito all'invito ad offrire esercitando la propria libertà contrattuale (articolo 153, comma 1, del Dlgs 163/2006).

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