In viaggio

Spiare l’anima di Berlino

Dai quartieri come il Marzahn alle tracce della ex Ddr, una camminata attraverso una città che ha costruito il turismo sui drammi del Novecento

di Maria Luisa Colledani

15 novembre 1989, un uomo cerca di spiare la vita oltre il Muro di Berlino

4' di lettura

Lo scrittore Bodo Morshäuser colloca in una sua raccolta di prose quasi sei pagine dedicate a un elenco dei 129 verbi che in tedesco definiscono i diversi modi di muoversi in città. Così, non resta che sperimentare quei verbi, per ora mentalmente, attraverso strade, quartieri, zone oscure e sfolgoranti di Berlino. È quello che ha fatto Gian Piero Piretto, che ha insegnato Cultura russa e metodologia della cultura visuale all’Università di Milano, nel suo Vagabondare a Berlino. Itinerari eccentrici tra presente e passato.

Una guida piena di spunti e novità

Il titolo è una dichiarazione d’intenti. Bando alle solite guide ma molta vita all’ombra del Muro che ha ferito un Paese e l’Europa: «Con la faziosità propria del personaggio del flâneur - scrive l’autore - proverò a raccontare e condividere alcune mie camminate attraverso Berlino. Non da specialista, né da conoscitore. Piuttosto da curioso esploratore e affezionato habitué». E la sua curiosità diventa la nostra meraviglia, una memoria attiva piena di spunti e domande: la ex Ddr, la famigerata Germania dell’Est, si intravvede un po’ ovunque con quel pizzico di Ostalgie, la nostalgia per alcuni tratti della quotidianità dell’Est, ma vince lo sguardo di prospettiva. È vero, prima del 1989, imperavano gli oggetti di plastica, la Nudossi, la crema gianduia tornata di recente in produzione, la Trabant, l’utilitaria socialista, contraltare dell’occidentale Volkswagen, e gli Späti, che servivano cibo e bevande ai lavoratori turnisti e che oggi hanno padroni turchi o arabi che offrono le cucine del mondo sulle rive della Sprea.

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Berlino multietnica

Ecco la nuova anima, che Piretto tratteggia in tante pagine: «Berlino è una città multietnica e multiculturale. Ogni quartiere ha le sue caratteristiche e qualcosa da offrire, se si sanno e si vogliono leggere i messaggi: volti, odori, abiti, rumori, cibi. Ma, al contempo, i territori di ibridazione sono amplissimi, quelli dove dallo scontro-incontro tra culture differenti è nata un’inedita serie di pratiche comportamentali, nuove, meticce». Si può passeggiare lungo Sonnenallee, la via araba oggi luogo di ritrovo dei rifugiati siriani, o fermarsi al Thai Park per una papaya salad o al mercato turco Maybachufer, nel quartiere di Neukölln, dove nel 1950 fu fatto saltare in aria il grande magazzino Karstadt perché le riserve custodite negli scantinati non cadessero in mano all’Armata Rossa. Di curiosità in curiosità, il libro ricorda pagine di storia, ispira riflessioni su una memoria - quella tedesca - che ha saputo elaborare, a differenza di quanto non siamo stati in grado di fare noi italiani, i grandi drammi del Novecento, fino a farli diventare fonte di business turistico.

Quartieri lontani e pieni di vita

La calamita di Piretto lo porta nei quartieri estremi, lontani da sguardi assuefatti e distratti. Marzahn nasce come grande area residenziale alla fine degli anni 70 (perché la Ddr aveva preferito costruire ex novo, non avendo operai specializzati nelle ristrutturazioni), oggi è crogiuolo di archeologia industriale, boschi, spazi vuoti, insediamenti abitativi di marca socialista fra orti urbani e giardinetti. Ci sono, poi, i lasciti della grande architettura nazista, dal complesso dell’Olympiastadion costruito per i Giochi del 1936, che avrebbero dovuto incoronare la razza ariana, o quelli dell’architettura falce e martello, come nel distretto di Lichtenberg, sede del comando sovietico a Berlino.

La città, coi suoi quasi mille giardini, è per tutti, per chi sceglie il tram (la linea 21 è una carrellata storica dalla Germania guglielmina all’archeologia industriale) o il battello lungo la Sprea fino ad Altstadt Köpenick, fra case graticcio, il castello barocco e lo stadio, ricostruito da poco, dell’Union Berlin, l’altra squadra della Berlino socialista. Da una parte la Dynamo, asservita alla Stasi, dall’altra la Union degli operai. La storia scorre così, rapida e improvvisa, mentre la città si mostra nella sua bellezza, nella sua austerità, nei suoi segreti che trasudano da tutte le pareti, come pure dalle finestre. Quasi quasi tutte le finestre ti guardano, come hanno guardato, spiato, rubato le vite degli altri.

Vie, strade e condivisione di esperienze

Non solo palazzi, vie, cimiteri (con caffetterie e giochi per bambini), statue, come quella di Stalin, immensa, che fu abbattuta in una notte del 1961, come in un giorno fu cambiato il nome della via (da Stalinallee a Karl-Marx-Allee); Piretto lo sottolinea: «Questo libro non è una guida, né letteraria, né storica, né artistica, né turistica. Ambisce ad essere altro, pur consapevole di ciò che non è. Piuttosto un taccuino di strada, una condivisione di esperienze legate a spazi, luoghi, momenti, territori e, perché no, atmosfere». Come quella al Gründerzeitmuseum, nel castello di Friedrichsfelde. L’aveva costruito con pezzi salvati dalle distruzioni della guerra, Charlotte Berfelde, un travestito che si definiva Meine Eigene Frau, moglie di me stesso, e a cui il regime intimò di chiudere il museo. In pochi giorni, lei eseguì gli ordini: regalò tutti gli oggetti ai visitatori, ma poi ricominciò a collezionare alla faccia delle imposizioni e acquisì anche il mobilio del Mulackritze, un locale malfamato degli anni 20 dove si incontravano gay, lesbiche e oppositori. Vista da qui Berlino «non è Londra, né Parigi, né San Pietroburgo. Il suo fascino è più sottile e nascosto, meno aggressivo e magniloquente». Però più vero, luminoso, sacro. Vista da qui Berlino è una città di grandi soglie in cui andare, perdersi e tornare. E perdersi ancora.

Vagabondare a Berlino. Itinerari eccentrici tra presente e passato, Gian Piero Piretto, Illustrazioni di Manuele Fior, Raffaello Cortina Editore, pagg. 360, € 25

Riproduzione riservata ©

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