Burocrazia & tecnologia

Spid, il successo e la doppia faccia della vita digitale

di Luca De Biase

(Ansa)

3' di lettura

Tra la pesantezza degli obblighi burocratici e la semplificazione della vita dei cittadini c’è la strada della digitalizzazione.

Ma non sempre si capisce a prima vista in quale verso quella strada venga percorsa.

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L’introduzione dell’obbligo per i privati contribuenti di usare lo Spid per accedere al servizio del fisco online non scioglie il dubbio.

Il successo della digitalizzazione è evidente. Anche in Italia. La disponibilità a conferire dati personali e tempo in cambio di servizi online che richiedono un identificativo e una password è molto diffusa: oltre 38 milioni di italiani accedono almeno una volta al mese a Facebook, 35,5 milioni a YouTube, 30 milioni a Instagram, 20 milioni a Pinterest, 19 milioni a LinkedIn, 12,5 milioni a TikTok e 12 milioni a Twitter, come riporta l’analista Vincenzo Cosenza raccogliendo dati di Audiweb e Garante per la protezione dei dati personali. Questo significa che gli iscritti a quei servizi sono di più, ovviamente, ma ormai anche il servizio di identificazione pubblico, lo Spid comincia ad avere dimensioni ragguardevoli: su 50 milioni di italiani che potrebbero richiederlo, lo Spid è stato erogato a 24 milioni, secondo l’Agenzia per l’Italia Digitale. Insomma, il processo di creazione dell’identità digitale pubblica italiana partito nel 2013 con il governo di Enrico Letta e il commissario al digitale Francesco Caio, dopo otto anni è cresciuto.

Il periodo del lockdown deciso per rallentare il contagio del Covid-19 è stato anche un periodo di accelerazione ulteriore della digitalizzazione. Secondo i calcoli di McKinsey, dato il ritmo di crescita del digitale pre-pandemia, il lockdown ha accelerato l’adozione di tre anni nel mondo e in Europa. Dal commercio all’accesso ai programmi culturali, dall’attività bancaria ai servizi di viaggio, dalle comunicazioni professionali a quelle personali, il digitale ha conquistato il tempo e l’attenzione della maggior parte della popolazione occidentale.

Purtroppo, a leggere i dati del Digital Economy and Society Index (Desi) a livello europeo, gli italiani sono anche gli ultimi nella classifica delle competenze digitali, sia di base che specialistiche. Il che significa che, sebbene adottino massicciamente gli strumenti digitali, evidentemente, li capiscono meno. Dunque li subiscono di più.

In effetti, l’adozione delle tecnologie non è sempre una scelta razionale e consapevole, in nessuna parte del mondo. In diversi casi, nel corso della storia di Facebook, per esempio, le innovazioni introdotte unilateralmente dall’azienda sono state subite anche controvoglia dagli utenti, che per esempio hanno protestato anni fa contro l’introduzione del news feed, la pagina che raccoglie i post degli amici secondo un ordine deciso da un’intelligenza artificiale. Ma alla fine, dopo qualche riluttanza hanno accettato e persino gradito la nuova funzione. Lo stesso evidentemente si aspettano le autorità pubbliche quando hanno annunciato che per entrare nel servizio del “fisco online” i privati dovranno usare lo Spid.

Anche in questo caso le reazioni non sono state unanimi. La riduzione del numero di sistemi per l’identità digitale che consentono l’accesso ai servizi pubblici dovrebbe essere una semplificazione, ma non tutti sono d’accordo. Lo Spid, per esempio, è personale e si usa avendo a portata di mano il telefono: la nonna che si faceva fare certe operazioni dalla nipote a distanza ora non può più contare su quell’aiuto. E purtroppo in Italia gli anziani tendono a essere più numerosi dei giovani.

Nel mondo pubblico, peraltro, le autorità si trovano spesso a dover scegliere: garantire tutte le forme di utilizzo di un servizio, anche quelle più tradizionali e costose, in nome dell’universalità dell’accesso, oppure obbligare i cittadini a imparare un sistema nuovo. La fatturazione elettronica, alla fine, è andata in questo modo. Ed è stata un successo, a quanto pare. Difficile immaginare una scelta pubblica che soddisfi tutti, ma proprio tutti, i cittadini. Ma se questo è vero, allora talvolta è necessario scontentare qualcuno. Ed è evidentemente accettabile e accettato. Il problema al quale le autorità dovrebbero saper rispondere peraltro è chiaro: nel lungo termine, una novità semplifica la vita degli utenti e delle amministrazioni pubbliche? O soltanto di una delle due parti? O di nessuna? È facile consigliare le amministrazioni di obbligare i cittadini ad adottare una novità solo quando questa semplifica la vita di tutta la comunità. Ma avvertendole che la risposta, di solito, non è nella tecnologia, ma nell’organizzazione del sistema burocratico.

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