ADDII

Spinazzola, l’intellettuale al servizio del lettore

Il grande critico letterario è scomparso ieri. Era nato nel 1930

di Stefano Salis

default onloading pic

Il grande critico letterario è scomparso ieri. Era nato nel 1930


4' di lettura

Ci sono molti modi di pensare alla letteratura. E altrettanti atteggiamenti critici. Quello che sicuramente non si può fare, è pensare di poter dire qualcosa di sensato sulla letteratura semplicemente snobbandola. La grande lezione di Vittorio Spinazzola, il critico letterario scomparso il 5 febbraio scorso a Milano (la città dove era nato nel 1930 e dove, nella Statale aveva avuto modo di impiantare una solida scuola di critici letterari), è stata, forse, e a dispetto di molti suoi colleghi, proprio questa.

Spinazzola aveva della letteratura e delle opere dell’ingegno umano (era infatti appassionato anche di cinema e fumetto, e tutto trattava con rispetto) un’idea ampia e libera. Aveva capito molto presto che non occorreva studiare e occuparsi solo della cosiddetta “letteratura alta”, ma andava percorso tutto l’iter che portava un’opera al suo lettore finale: e non andava trascurato nulla e nessuno.
Ciò non vuole dire che non si doveva fare distinzione di qualità: Spinazzola non cadeva mai in questo banale tranello. Si occupava anche del basso, del consumistico, del poco nobile, ma lo faceva con l’attenzione dell’entomologo, che spiega, conoscendoli dall’interno, i meccanismi di una certa produzione. Perché si arriva a certi esiti, quali effetti producono.
Vediamo di spiegarci meglio: e di ricorrere alle sue stesse parole, dette in una pregevole intervista rilasciata qualche anno fa – quando ormai aveva molto chiaro il suo percorso intellettuale e i frutti che aveva prodotto – a Elisa Gambaro e Stefania Sini. Ecco una dichiarazione di partenza notevole: “La puzza al naso di molti universitari nei confronti della grande letteratura di consumo è insensata” spiegava Spinazzola.
“Sarebbe come se uno storico non studiasse fenomeni storici come il fascismo e il nazismo perché sono brutti e cattivi, non ha il minimo senso.

Loading...

In questo Gramsci mi ha aperto un campo che quasi nessuno esplorava, un campo di studi più che legittimo e più che utile. Lui poi lo appoggiava ad una concezione più larga di funzionalismo letterario. I bisogni dell’uomo sono, nell’istanza più evidente, di indole materiale: un uomo ha bisogno di una casa, di un’abitazione, e così ha tanti altri bisogni di sopravvivenza fisicamente intesa. Ma l’uomo ha anche altri bisogni, immateriali, quelli dell’immaginario, che sono bisogni comuni a tutti gli esseri umani: a gradi diversi di complessità naturalmente, a gradi diversi di cultura, però sono bisogni non meno essenziali di quanto lo siano quelli materiali”. La premessa serve a distinguere subito i piani: si studia la letteratura che c’è, come essa si manifesta, non quella che si vorrebbe o quella come “dovrebbe essere” (nei nostri, discutibili, gusti).
E, così facendo, portava il suo affondo: “In una civiltà evoluta ci sono persone, e organizzazioni, e istituzioni fatte apposta per soddisfare questi bisogni” spiegava, riferendosi proprio alla catena che lega l’autore, l’editore, la pubblicità, il mercato al lettore, “che possono essere soddisfatti in tanti modi, a tanti livelli, con maggiori o minori capacità, da personalità di genio e da poveri mestieranti, però comunque sono tutti fatti allo stesso modo e per lo stesso scopo. Poi appunto il critico è fatto apposta, a sua volta, per discriminare, per distinguere”.

Ecco: questo ultimo punto è decisivo. Spinazzola non ha mai rinnegato la sua funzione di critico. Si è occupato di consumo (di Letteratura e pubblico, di cinema e pubblico, di egemonia del romanzo, di Alte tirature ma anche di democrazia letteraria e immaginazione divertente, tutti suoi titoli), studiandoli da un punto di vista sociologico, ma non ha mai abdicato alla funzione suprema di un critico, quella di esprimere (e sapere motivare, ovviamente) anche un giudizio pertinente.
La sua maestria era quella di lasciar credere che si tenesse ai margini del gioco della critica e, invece, vi ritornava e stava al centro con più ampia prospettiva. Negava di essere uno “studioso”: “Il termine studioso non mi è mai piaciuto: l’ho sempre trovato sussiegoso, e un po’ castale. Tutto sommato, preferisco il termine intellettuale: è una casta anche quella, s’intende, però un po’ meno castale della precedente. Tutto ciò per dire che mi autodefinirei un intellettuale che si è occupato prevalentemente se non esclusivamente di narrativa, si potrebbe dire dei linguaggi, delle tecniche della narratività”.

Sapeva, cioè, di avere uno sguardo laico del fenomeno letterario, ma certamente non si tirava indietro nel difendere, nelle battaglie critiche, i suoi scrittori preferiti: le recensioni appassionate per l’ “Unità”, i suoi molti saggi ne sono la prova. Aveva, come tutti, legittimamente, delle preferenze e le esprimeva. Ma non per questo disprezzava il resto.
La sua lezione, perciò, resta una lezione di “democrazia” e apertura, in senso lato. Era senza dubbio figlio di quel clima illuminista che nella città di Milano si respira più che altrove e che ha dato frutti notevoli, a partire dal “Caffè” e dai Verri. Ecco: Spinazzola arrivava da là, per li rami, e ancora resterà, nei molti allievi che ha lasciato, nel metodo di studiare i gusti altrui, nella voglia di amare la manifestazione letteraria nel suo complesso, nel suo fare da tramite tra quella magia che chiamiamo letteratura e la beatitudine che può portare al lettore in grado di capirla fino in fondo. Forse un critico, alla fine, non deve fare che questo.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti