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Spionaggio, da Biot 181 screenshot ceduti ai russi

Dalle indagini dei Ros emerge che si trattava di 47 notizie “Nato secret”, 57 “Nato confidential” e 9 con classifica “riservatissimo”. Depositate le motivazioni con le quali è stata confermata la misura della custodia cautelare in carcere

di Patrizia Maciocchi

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5' di lettura

«L’idea che Biot avesse consegnato al diplomatico russo documenti non coperti da segreto risulta remota e priva di ogni sostegno concreto, oltre a porsi al di fuori di una proiezione razionalmente credibile». Lo scrive la Cassazione fornendo le motivazioni (sentenze 13649-13650) sulle quali si basa la conferma della custodia cautelare in carcere di Walter Biot. Il capitano di fregata arrestato dai carabinieri del Ros un anno fa con l’accusa di spionaggio per aver passato documenti segreti a un funzionario russo in cambio di cinquemila euro. I giudici di legittimità respingono la tesi della difesa, secondo la quale i documenti ceduti, in una card-SD, al diplomatico russo, Ostroukhov Dmitry il 30 marzo 2021 incontrato in parcheggio, non fossero segreti, nè avessero classificazioni che li rendevano non ostensibili. E questo perchè, anche se Biot prestava servizio presso lo Stato maggiore della difesa, lo faceva in un settore “non classificato” e dunque in una postazione di lavoro che non gli consentiva l’accesso ai documenti “classificati”. All’interno della sim - si legge nel verdetto - «erano rinvenute 181 fotografie di documenti e immagini tratte dal video di un computer ed eseguite con uno smartphone S9, modello identico a quello sequestrato presso l’abitazione di Biot».

La classificazione delle notizie

La Suprema corte precisa, al contrario, che alla luce degli accertamenti effettuati dai Ros, delle notizie rivelate da Biot 47 erano “Nato secret”, 57 “Nato confidential” e 9 con classifica “riservatissimo”. Un livello di segretezza desunto dalla classificazione e dal ruolo svolto dal ricorrente che, ad avviso degli inquirenti, disponeva di un nulla osta di segretezza di grado elevato. Si trattava, scrivono i giudici, «di atti ai quali aveva avuto accesso Walter Biot, alla luce della sua qualifica, che godeva di lasciapassare in termini massimi ed era incardinato nello Stato Maggiore, ove si occupava delle operazioni militari estere e della polizia militare internazionale».

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Le due vie del procedimento

Un procedimento a due vie quello che riguarda il capitano di fregata, nei confronti del quale procedono sia la procura di Roma che - nell’inchiesta della pm Gianfederica Dito coordinata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino - contesta le accuse di spionaggio, rivelazione di segreto di Stato e corruzione, sia la procura militare, guidata da Antonio Sabino, che persegue Biot per rivelazione di segreti militari a scopo di spionaggio, procacciamento di notizie segrete a scopo di spionaggio, esecuzione di fotografie a scopo di spionaggio, procacciamento e rivelazione di notizie di carattere riservato e comunicazioni all’estero di notizie non segrete nè riservate. E la Suprema corte conferma «la diversità delle due incriminazioni l’una attuata con finalità politica e l’altra militare, con possibile autonoma rilevanza giuridica dello spionaggio o della semplice consegna di atti o documenti riservati attuati con fini diversi. Le finalità finiscono per connotare la condotta e non per caratterizzare il movente dell’agire individuale».

Il Codice penale e il Codice penale militare

La Cassazione sottolinea, infatti che «L’articolo 257 del codice penale rubricato come spionaggio politico o militare incrimina la condotta di chi a scopo di spionaggio politico militare si procura notizie che, nell’interesse della sicurezza dello Stato comunque nell’interesse politico, interno o internazionale, devono rimanere segrete. L’articolo 88 del codice penale militare di pace sanziona la condotta del militare che allo scopo di darne comunicazione ad uno Stato estero si procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare dello Stato che devono rimanere segrete. La lettura delle disposizioni lascia emergere un quadro precettivo non perfettamente sovrapponibile». La norma del codice penale ordinario prevede un perimetro di maggiore ampiezza rispetto a quello contemplato dalla norma militare, si sottolinea nella sentenza, «discorso non dissimile vale per la rivelazione di segreti di Stato». Si comprende dunque come l’elemento di discrimine tra le due condotte si incentra sulle finalità, anche politica del procacciamento delle notizie riservate, che vengono appunto rivelate cedute dal singolo agente e come il paradigma legale descritto da ciascuna di esse abbia ambito operativo diverso. «Non si tratta, dunque - scrivono i giudici di Cassazione - di condotta posta in essere al solo fine di spionaggio militare, ma di un’azione poste in essere anche per finalità politiche con conseguente esclusione della definizione dei rapporti tra norme della possibilità di collegarli alla categoria della lex specialis che prevarrebbe su quella generale fissata dal codice penale ordinario». Per la Suprema corte è dunque corretta la doppia incriminazione davanti al giudice penale ordinario e al giudice militare perchè le due giurisdizioni puniscono fatti diversi.

Il diritto di difesa e l’utilizzo delle video-riprese

Dalla Suprema corte viene respinta al mittente anche l’eccezione sulla violazione del diritto di difesa dell’indagato per aver «il Giudice esaminato ed emesso la misura impiegando atti dal cui esame era stata estromessa la difesa». Un vulnus che la Cassazione esclude perché la valutazione del Gip non è fondata «sulla sola visione delle immagini, ma su quanto attestato, in atti fidefacenti, dalla polizia giudiziaria». Né sembra plausibile «che la polizia giudiziaria che aveva redatto l’informativa possa avere introdotto aspetti non veritieri sulla natura degli atti». Esclusa anche l’impossibilità di utilizzare in sede penale le videoriprese effettuate con telecamere installate sul luogo di lavoro di Biot. Sul punto la Cassazione si rifà a quanto affermato dalla stessa giurisprudenza di legittimità che ha aperto alla possibilità di usare le immagini “catturate” sul posto di lavoro anche in assenza di un accordo con i sindacati, quando è in gioco il patrimonio aziendale. Nello specifico era in gioco di più.

I canali segreti di comunicazione con il diplomatico

Per la Cassazione, infine, la misura applicata è adeguata, malgrado l’espulsione del diplomatico russo dal territorio, la sospensione di Biot dall’incarico e la mancanza di strumenti di collegamento informatici. Il massimo rigore è considerato adeguato perché Biot aveva un’ampia possibilità di riacquistare strumenti per colloquiare con il diplomatico russo. I giudici valorizzano la professionalità della condotta dell’indagato e la gravità. «Era emerso - si legge nella sentenza - che il giorno dell’incontro Biot non aveva avuto contatto diretto con il cittadino russo e ciò a testimoniare che tra i due era in essere un meccanismo di comunicazione abbastanza sofisticato che le indagini non avevano ancora rivelato. Infatti pur in assenza di contatti tra i due vi era stato l’incontro monitorato con scambio di informazioni e di denaro e ciò postulava un minimo di organizzazione a distanza dell’appuntamento».

Il rischio recidiva

Un rischio di recidiva dimostrato anche dalla disponibilità di uno smarthphone dedicato «a questo tipo di attività abbinato ai fini economici dell’azione, aspetti che imponevano di ritenere spiccato - conclude la Suprema corte - il rischio anzidetto e il pericolo di reiterazione da dover necessariamente tutelare con la sola misura di massimo rigore».

La difesa

Contesta la possibilità del doppio processo l’avvocato Roberto De Vita che, con l’avvocato Antonio Laudisa difende Walter Biot «Nessun imputato deve subire due processi per lo stesso fatto, è un principio di civiltà giuridica, il 31 maggio 2022 la Cassazione dovrà risolvere il conflitto di giurisdizione e scongiurare il rischio di due condanne all’ergastolo per il medesimo fatto». Dall’avvocato De Vita anche un chiarimento sulla portata delle sentenze. «Le motivazioni delle decisione della Corte di Cassazione del 9 settembre depositate solo oggi riguardavano la fase cautelare dove gli atti e le prove possono essere sottratte alla difesa durante le indagini - afferma l’avvocato - nei prossimi mesi si dovrà invece affrontare il tema della prova nel processo dibattimentale in ragione dei principi dell’articolo 111 della Costituzione e del giusto processo: l’imputato e la difesa hanno diritto di conoscere le prove di accusa, altro ineludibile presidio di civiltà giuridica».


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