tra annunci e provvedimenti

Split payment, pensioni, reddito di cittadinanza: tutti i dossier che scaldano il confronto fra Tria e la maggioranza

di Gianni Trovati

Reddito di cittadinanza troppo generoso: in Europa meno soldi e più paletti

3' di lettura

La prima discussione esplicita fra il ministro dell'Economia Giovanni Tria e i leader della sua maggioranza è emersa con il botta e risposta sui tempi di avvio del reddito di cittadinanza; con il vicepremier Luigi Di Maio che spinge per partire già nel 2018 e l'inquilino di Via XX Settembre che ribatte freddo sul fatto che «i giochi per quest'anno sono quasi fatti», e che semmai la priorità sono «interventi senza costi» e il rilancio degli investimenti. La risposta ministeriale ha chiuso una settimana in cui Tria ha tracciato giorno dopo giorno una sorta di “linea Padoan-bis”, ponendo in prima linea l'esigenza di «non mettere a repentaglio il percorso di riduzione del debito» (martedì scorso alla Camera) e sostenendo che «le sfide del presente» vanno affrontate «con politiche in continuità con quelle del passato».

Il passaggio dagli annunci ai provvedimenti
Parole impegnative, soprattutto per chi è stato indicato alla casella chiave dell’Economia dopo che l'ipotesi “di rottura” incarnata da Paolo Savona si è infranta contro il non possumus del Quirinale. Ma non si tratta solo di parole. Già nei prossimi giorni il governo dovrà chiudere la lunga parentesi degli annunci e passare ai provvedimenti. E lì le distanze fra la rotta di Tria e alcune delle priorità giallo-verdi potrebbero manifestarsi in modo più concreto.

L'incognita split payment
In vista del capitolo fiscale del primo decreto legge, sempre Di Maio ha annunciato giorni fa come misure «a costo zero» l'abolizione di spesometro, redditometro e split payment. Sui primi due snodi della triade in effetti non c'è problema, perché il pensionamento dello spesometro è già previsto dal primo gennaio 2019 (si potrebbe accelerare per dare un segnale, ma in questo caso l'affare si complica) mentre il redditometro, dopo un certo battage pubblicitario iniziale, è finito ben presto nel magazzino dei ferrivecchi praticamente inutilizzati dal fisco (passano da lì poche centinaia di controlli all'anno). Sullo split payment però il problema invece si fa serio.

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La scissione contabile, che ai fornitori delle Pa mette in mano fatture senza l'Iva girata direttamente all'Erario dall'ente pubblico, ha fatto impennare il gettito dell'imposta sul valore aggiunto, che a fine 2017 ha segnato un aumento di 5,3 miliardi sull'anno prima e di 10,2 sul 2015 (e un altro salto in avanti di 400 milioni si è registrato nei primi 4 mesi del 2018). L'abolizione tout court dello split payment, che complica la gestione di liquidità delle imprese ma ha abbattuto l'evasione, rischierebbe insomma di dare un colpo troppo secco alle casse dello Stato. Un po' più facile, ma assai meno sexy sul piano degli annunci, sarebbe intervenire sui tempi dei rimborsi Iva, che sono il vero effetto collaterale dello split a carico dei contribuenti onesti.

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Il contratto e il bilancio
Il decreto dei prossimi giorni metterà comunque in scena solo il prologo di un dibattito destinato a scaldarsi in autunno, quando sul campo della legge di bilancio si affolleranno i pesi massimi del contratto di governo da 100 miliardi: Flat e Dual Tax, abolizione della riforma Fornero e reddito di cittadinanza a regime. Sul reddito il problema sono i tempi (lo stesso Tria ha invece spiegato in Parlamento di essere a favore della sua introduzione), sulla riforma fiscale sono i costi, su quella previdenziale sembra invece da definire anche l'accordo sui principi. Nel suo discorso programmatico a Montecitorio, Tria ha dedicato infatti un capitolo all'importanza dell'equità intergenerazionale, e all'esigenza di evitare che la generazione dei baby boomers a cui ha spiegato di appartenere metta costi ulteriori sulle spalle di chi è arrivato dopo. Non proprio un viatico entusiasta per lo smontaggio della riforma previdenziale.

Le nomine
Più sotterraneo, ma non meno strategico, è il completamento dell'organigramma ministeriale, a partire dalla direzione generale del Tesoro. Per la sostituzione di Vincenzo La Via, il cui incarico è scaduto alcune settimane fa, M5S e Lega avrebbero individuato Antonio Guglielmi, capo dell'equity market di Mediobanca a Londra e analista critico dell'Eurozona. Nei lunghi corridoi di Via XX Settembre, invece, il tam tam ha continuato a puntare su candidati interni, a partire da Alessandro Rivera che ha gestito gomito a gomito con Padoan le tante partite bancarie giocate fra Roma e Bruxelles nell'ultimo anno e mezzo. Una scelta, quest'ultima, che segnerebbe un altro punto importante a favore della “continuità” che al Mef ha già ispirato più di una conferma importante.

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