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Spose «pazze» per il made in Italy: la ripresa corre in Giappone, Corea e Usa

La ripartenza delle cerimonie dopo il Covid sta facendo correre il settore. Tra abiti principeschi e look di nuova generazione i prodotti fatti artigianalmente in Italia rimangono i più apprezzati. Ma non mancano le proposte low cost

di Marta Casadei

La moda (ri)incontra il design

6' di lettura

Dopo lo stop imposto dal Covid alle cerimonie, i matrimoni tornano a popolare la primavera-estate 2023. E il settore dell’abbigliamento da sposi, che nel 2022 aveva un valore globale di circa 61 miliardi di dollari, nel 2030 dovrebbe raggiungere gli 83,5 miliardi (+4% di Cagr) secondo le stime della società americana Market Research. Merito soprattutto di una ripresa delle vendite “fisiche” che assorbiranno circa 71 miliardi di dollari sul totale del valore del mercato e cresceranno più velocemente (4% contro il 3,7% di crescita media annua) rispetto a quelle online. A livello geografico, tra i Paesi in cui il bridalwear crescerà più in fretta c’è la Cina che dovrebbe arrivare a quota 8,8 miliardi di dollari di valore nel 2030 (+6% anno su anno). Il mercato più pesante, in termini economici, rimane quello a stelle e strisce con 27 miliardi di dollari di valore nel 2030. E, a detta delle aziende del settore, sono proprio gli Usa a rappresentare un cliente importante per la moda made in Italy, insieme a Giappone, Corea e Medio Oriente.

Buyer a Sì SposaItalia Collezioni, edizione 2022

In Italia si spendono in media 2.253 euro per l’abito

In Italia i matrimoni hanno ripreso a crescere: nei primi nove mesi 2022, secondo dati provvisori dell’Istat, sono saliti del 4,8% con le unioni civili a +32% dello stesso periodo 2021. Ma non hanno ancora raggiunto i livelli pre Covid. Secondo l'ultimo Osservatorio Compass, però, l’82% degli italiani considera le nozze il coronamento di una proposta d’amore. È anche e soprattutto un investimento: il costo medio per un matrimonio negli ultimi tre anni è stato di circa 20.000 euro, con l’abito a incidere per l’11,4% (2.253 euro).

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Gli abiti e gli accessori da sposa (e sposo) sono protagonisti a Milano questo weekend: ieri ha aperto l’edizione 2023 di Sì Sposaitalia Collezioni che al centro congressi Allianz Mico riunisce 200 espositori italiani e internazionali. In calendario anche quattro fashion show: MySecret Sposa, Chiara Boni White, Rara Avis e Musani Couture. Nelle prossime settimane, poi, il settore si sposterà a Barcellona, capitale dell’abbigliamento da matrimonio con la Barcelona Bridal Fashion Week in programma dal 19 al 23 aprile con una serie di nomi di spicco tra cui Elie Saab: la maison libanese, presente sui più importanti red carpet al mondo, lancia a Barcellona la sua prima collezione sposa.

Abiti da sposa in passerella (2022)

Antonio Riva: «Abiti sontuosi come reazione alla pandemia»

Tornando in Italia, invece, tra le maison che sono presenti a questo “bridal weekend” milanese c’è Antonio Riva, marchio di abiti e accessori da sposa rigorosamente realizzati artigianalmente in Italia, tra Milano e la manifattura di Garlate in provincia di Lecco. Riva, che durante la pausa forzata imposta dal Covid aveva deciso di continuare a investire per arrivare a gestire verticalmente tutta la filiera, è tornato a presentare la collezione sposa 2023/24 con una sfilata evento a Milano. «Abbiamo finalmente riaccolto i clienti internazionali, e in particolare i giapponesi, a un evento - spiega lo stilista e imprenditore -. Nel corso del 2022 e nei primi mesi del 2023 i matrimoni hanno registrato una ripresa in tutto il mondo e, di conseguenza, sono ripartiti gli acquisti». Riva realizza una quota molto elevata (circa l’80%) del fatturato in Asia, e in particolare in Giappone e Corea del Sud, dove le sue creazioni 100% made in Italy sono molto apprezzate: «Il fatto che l’abito sia fatto in Italia, artigianalmente, e su misura per la sposa è la priorità per questi mercati». La maison - che ha due atelier: a Milano e a Roma, ma vende in Italia e oltre confine attraverso una rete di multibrand di fascia alta - sta avendo risultati incoraggianti anche negli Usa: «Abbiamo piccoli rivenditori, per ora, però il sogno rimane quello di aprire una boutique». Le americane, così come le clienti mediorientali «specialmente dal Qatar negli ultimi mesi», sono anche tra le spose più attratte dall’idea di organizzare la cerimonia in Italia: «Molte scelgono il Lago di Como e ovviamente scelgono di indossare un abito fatto in Italia e completamente personalizzato». Ma sono anche le clienti più “all’avanguardia” negli acquisti digitali: «Alcune ci hanno inviato le misure e hanno acquistato online: avevano visto l’abito su Instagram». Il Covid ha avuto un impatto anche sulle richieste delle spose: «Dopo un periodo così negativo le future spose sono tornate a chiedere abiti sontuosi e principeschi».

Maison Signore investe in Puglia (e nelle Millennials)

Di abiti principeschi si intende molto bene anche Gino Signore, fondatore e ceo di Maison Signore. L’azienda di Portico di Caserta (Ce) ha superato la pandemia lavorando sull’equilibrio tra il proprio heritage e le nuove esigenze delle spose: « Durante il biennio Covid - spiega Gino Signore - abbiamo mantenuto alti i nostri standard: qualità e alta sartorialità made in Italy e guardato alle nuove esigenze delle clienti. Con mia figlia Camilla Elena, che studia all’Istituto Marangoni, abbiamo creato una collezione per una sposa Millennial, che vada oltre le proposte tradizionali puntando invece su un mix and match di capi (corpetti, gonne e pantaloni) adatti anche a cerimonie di nuova generazione. C’è tanta voglia di cambiamento». La collezione Helena viene presentata in questi giorni alla fiera Sì Sposaitalia Collezioni («vedo un grande fermento», dice il ceo) mentre le collezioni più tradizionali (Isabella, Victoria e Sofia) sono state presentate venerdi 14 aprile con un evento al Four Seasons. Si tratta di abiti creati e realizzati rigorosamente in Italia: «La grande richiesta che abbiamo avuto negli anni precedenti al Covid - spiega Signore- ci ha spinto a rafforzare la produzione in Campania ed acquisire in Puglia sia laboratori di alta sartoria che il personale qualificato fatto di sarte, ricamatrici e modelliste. Un patrimonio ormai raro nel settore».

Il made in Italy, conferma l’imprenditore, è un asset strategico nel segmento abiti da sposa: «Per le nostre clienti, italiane e straniere, il fatto che produciamo tutto in Italia conta tantissimo». Attualmente l’azienda deve all’export circa il 40% del fatturato con una presenza importante, anche in questo caso, di Giappone e Corea. E nuove prospettive negli Usa: «Siamo stati a fare un trunk show da Kleinfeld a New York: abbiamo raccolto pareri molto positivi e siamo molto soddisfatti», dice. Attualmente la maison ha tre flagship store in Campania e, in futuro, vorrebbe aprire a Roma o Milano: « Il rapporto con i partner commerciali, però, per noi è fondamentale. Vogliamo supportarli sempre di più sia con un format di uno spazio espositivo indipendente che potranno inserire nei negozi che con eventi e trunk show dedicati». L’esperienza delle spose, poi, deve essere a tutto tondo: «Noi abbiamo creato anche una fragranza ad hoc da indossare il giorno delle nozze, perché rimanga impressa nella memoria», conclude Signore.

La sfilata di Simone Marulli a Barcelona Bridal Fashion Week 2022

Simone Marulli: «Coreani pazzi per il made in Italy»

Anche Simone Marulli, designer di abiti da sposa che vengono prodotti in provincia di Monza, conferma la vitalità di questo bridal weekend milanese a cui ha partecipato con un evento stile “Fuorisalone” al Grand Hotel et de Milan. «Sono tornati i clienti giapponesi, i coreani e i cinesi che non viaggiavano da quasi tre anni - spiega Marulli -. La Corea del Sud è un mercato molto promettente, nel quale vorrei espandere la mia attività. E poi sono “pazzi per il made in Italy”: amano tutto ciò che è fatto a mano, artigianale. Chiedono perfino i certificati che attestino la provenienza dei tessuti che utilizziamo: per esempio vogliono vedere scritto nero su bianco che le organze arrivano proprio da Como». Un altro mercato ad alto potenziale per il designer bresciano sono gli Usa: «Mi hanno proposto di partecipare alla New York Bridal Week perchè alcune delle mie creazioni, quelle più contemporanee e divertenti, potrebbero essere molto apprezzate in quel mercato. Per esempio le tute smoking da indossare con il velo oppure gli abiti a ovetto». Pezzi di alta manifattura che interpretano però i desideri meno tradizionali.

Da Piombo a Zara: sempre più proposte low cost

Proprio nel tentativo di intercettare le nuove esigenze delle spose più giovani o meno conformiste sembrano moltiplicarsi anche le linee bridal low cost. Piombo, marchio di Ovs, ha lanciato due abiti da sposa per la primavera-estate 2023: un abito lungo smanicato e una tunica a manica lunga, entrambi bianchi, entrambi in vendita a 149 euro. Una mossa, quella di inserire alcuni capi da sposa nelle proprie collezioni, già fatta da giganti come H&M e Zara (che hanno lanciato alcuni pezzi o capsule), dai retailer online come Asos, che ha proprio una sezione dedicata con abiti a marchio prorpio (Asos Edition, anche Curvy) e multimarca, e dai brand dell’ultra fast fashion come Shein che in vetrina ha centinaia di proposte a partire dai 20 euro.


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