report istat

Sposi sempre più vecchi e culle sempre più vuote, nel 2018 il rito civile supera quello religioso

Nel 2018 sono stati celebrati in Italia 195.778 matrimoni, circa 4.500 in più rispetto all'anno precedente (+2,3%). E sono state costituite 2.808 unioni civili

di Davide Colombo


Culle sempre più vuote, Leonardo e Sofia i nomi preferiti

5' di lettura

Passerà alla storia come l’anno del sorpasso, quello in cui in uno dei paesi più cattolici del mondo i matrimoni celebrati con rito civile hanno superato quelli in chiesa. Nel 2018, come spiega Istat nell’ennesima fotografia di un’Italia in cui cresce quasi solo la longevità dei suoi cittadini, le nozze celebrate con rito civile hanno superato per la prima volta quelle religiose: sono state 98.182, il 50,1% del totale delle unioni, quasi ottomila in più di quelle registrate dieci anni prima. Gli sposi hanno un’età media sempre più alta: 33,7 anni gli uomini e 31,5 le donne (rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008). Terzo dato significativo: l’anno scorso si sono costituite 2.808 unioni civili tra coppie dello stesso sesso presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani; erano state 2.336 nel secondo semestre 2016, subito dopo l’entrata in vigore della legge, e 4.376 nel 2017.

Due Italie davanti all’altare
E dunque: nel 2018 sono stati 195.778 i matrimoni celebrati, il 2,3% in più dell'anno precedente, vale a dire circa 4.500. Di questi, oltre la metà - 98.182, il 50,1% - sono avvenuti con rito civile, una formula che è in costante aumento (nel 1970 erano il 2,3% del totale, nel 2008 il 36,7%) e che nel nord Italia rappresenta ormai il 63,9% del totale delle nozze. Nel Sud del paese, invece, due matrimoni su tre (il 69,6) si celebrano ancora in chiesa. E alla tradizione restano legati i più giovani, visto che la percentuale degli under 30 che scelgono il rito civile (24,8%) è inferiore a quella di chi si sposa in età più matura (37,8%). Degli oltre 195mila matrimoni, 33.933 - il 17,3% del totale - hanno avuto almeno uno degli sposi straniero. Nel nord e nel centro, dove la presenza degli stranieri è più radicata, parliamo di un matrimonio su quattro.

Meno nozze per tutti
Il dato del 2018 è comunque nettamente inferiore a quello di 10 anni fa, quando ci furono 246.613 matrimoni. Un numero che va di pari passo con il calo delle prime nozze: nel 2018 sono state 156.870 (un dato comunque in crescita rispetto alle 152.500 del 2017) contro le 212.476 del 2008. Un calo da mettere in diretta relazione con l’aumento delle unioni civili che, dal 1997-98 sono più che quadruplicate, passando da circa 329mila a un milione e 368mila. «Una modalità di fare famiglia - dice l'Istat- sempre più diffusa» anche in caso di figli: «l’incidenza di bambini nati fuori dal matrimonio è in continuo aumento, nel 2017 quasi un nato su tre ha genitori non coniugati». L’altro dato che balza agli occhi è che ci si sposa sempre più vecchi: gli uomini arrivano al primo matrimonio con una età media di 33,7 anni (nel 2017 era 32,1), le donne con 31,5 (era 29,4). Quali sono le cause? La prima, dice l'Istat è il “degiovanimento” del paese: in dieci anni (dal 2008 al 2018) la fascia di popolazione tra i 16 e i 34 anni e calata di 12 milioni e questo ha avuto una ripercussione proprio sulle prime nozze dei giovani di quella fascia d'età, calate di circa 10 punti percentuali rispetto a dieci anni fa. La seconda è invece la «prolungata permanenza dei giovani in famiglia»: secondo le statistiche il 67,5% dei maschi (+1,3% rispetto a 10 anni fa) e il 56,4% (+3%) delle donne tra i 18 e i 34 anni vive in casa. Una situazione, sottolinea ancora l'Istat, dovuta «all’aumento della scolarizzazione e all’allungamento dei tempi formativi, alle difficoltà che incontrano i giovani nel mondo del lavoro, alla condizione di precarietà del lavoro stesso e alle difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni».

Coppie dello stesso sesso
Quanto alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, nel 2018 sono state 2.808, con una prevalenza di uomini (il 64,2% del totale). Il 37,2% è stato costituito nel nord ovest e il 27,2% dal centro, ma è soprattutto nelle grandi aree urbane che si concentra il maggior numero. Delle 2.808 unioni infatti, il 32,7% è stato celebrato nella grandi città e quasi il 20% tra Roma e Milano, dove l’incidenza sul totale della popolazione è rispettivamente di 10,1 e 18,7 ogni 100mila abitanti. Al sud, soltanto Napoli e Palermo fanno segnare invece valori superiori all’1 per 100mila abitanti.

Calo delle nascite è allarme nazionale
E il calo dei matrimoni si accompagna con quello delle nascita, un trend in corso dal 2008 e che quest’anno batterà un nuovo record negativo, visto che nel primo semestre s’è verificato un nuovo calo del 2%. Se ne è parlato in Senato in un convegno sull’ermergenza denatalità. «La trasformazione socio demografica da molto tempo interessa il nostro Paese - ha osservato la presidente Elisabetta Casellati - il suo progressivo invecchiamento generazionale e il calo delle nascite ha acquisito, specie negli ultimi anni, le proporzioni di un’autentica emergenza nazionale. Secondo i più recenti dati pubblicati dall’Istat, nel 2017 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 458,151 bambini, oltre 14 mila in meno rispetto al 2016 e oltre 26 mila in meno rispetto al 2015. Se si considera il triennio 2014-2017, le nascite sono diminuite di circa 45mila unità, mentre sono quasi 120mila in meno rispetto al 2008. Un dato destinato ad aggravarsi anche quest’anno, se consideriamo che a giugno, il numero delle nascite registrate nel primo semestre del 2019 è pari a poco più di 206 mila bambini. Tutto questo porta l’Istat ad affermare che la fase di calo della natività, innescatasi nel 2008 e proseguita con andamento negativo costante, ha ormai assunto caratteristiche strutturali».

Una politica per la famiglia
Secondo la Casellati bisogna invertire la rotta con politiche pubbliche di lunga lena. «Anche se tornassimo domani ai tassi di natalità da baby boom che si registravano nell’immediato dopo guerra, certamente non riusciremmo nel breve periodo a recuperare il tempo perduto. Per produrre effetti tangibili sul mercato del lavoro e sul sistema produttivo, un aumento della natalità avrebbe infatti quanto meno bisogno di un arco temporale tra i 20 e i 30 anni - ha proseguito il presidente del Senato -. Ecco perché il mio auspicio è che il dibattito odierno sappia anche essere occasione per esortarci a guardare al futuro del nostro Paese da una prospettiva più ampia e previdente. Perché, ammesso anche che si riesca a porre un freno al calo della natalità, dobbiamo anche pensare a quale sarà tra vent'anni il futuro dei nostri figli. E questo significa soprattutto immaginare, anticipare, programmare i cambiamenti che il contesto globale ci suggerisce».

Per approfondire
C'eravamo tanto amati: ci si sposa sempre meno, ci si lascia di più
La lunga battaglia contro i matrimoni infantili

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...