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Zorro in uno spot senza pagare diritti d’autore? Solo se non c’è un indebito vantaggio

La parodia di un personaggio di fantasia, coperto dal diritto d’autore, è lecita e senza vincoli perchè rientra nella libera manifestazione del pensiero. A condizione che non ci sia un indebito vantaggio

di Patrizia Maciocchi

(LMPC via Getty Images)

3' di lettura

La parodia di Zorro è libera perché rientra nella libera manifestazione del pensiero. Ma la libertà incontra un limite nell’indebito vantaggio tratto dall’uso, anche “caricaturale” del giustiziere nero. Serve, infatti, l’ok della casa statunitense Zorro Production se l’eroe mascherato viene usato, anche se in parodia, in uno spot pubblicitario dal quale si trae un ritorno illecito, grazie al carattere distintivo del marchio che subisce magari anche un pregiudizio. Ok del titolare dei diritti e versamento delle royalties sono dovuti, in tal caso, anche se il brand non viene utilizzato per contraddistinguere i prodotti di chi lo usa a scopi commerciali.

Lo spot al centro della querelle

La Corte di cassazione torna sulla never ending story giudiziaria che, da ben 17 anni, vede contrapporsi la società americana che detiene i marchi del personaggio creato dalla penna dell’americano Johnston McCulley - con un diritto alle royalties valido fino a 70 dalla morte dell’autore - e la Cogedi international, società romana ricorrente, accusata di aver commissionato una campagna televisiva e radiofonica in cui il bravo Max Tortora, con sombrero cordobès e mascherina con la z di Zorro - a celare la vera identità del mite e impacciato Don Diego de la Vega, - definiva «Rocchetta Brio Blu» unica e frizzante, come il suo amico che difendeva durante la dominazione spagnola, a Los Angeles, il popolo dalle prepotenze degli invasori. Per i detentori del brand era un utilizzo illecito, fatto in violazione delle norme sul diritto d’autore. Per la società capitolina il legittimo esercizio del diritto di mettere in scena un “pastiche” su un personaggio di fantasia. Tesi quest’ultima, che la Cassazione condivide ma con dei distinguo, che portano i giudici ad annullare con rinvio, e ad accogliere anche sul punto il ricorso della Zorro Production.

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I limiti della parodia

I giudici chiariscono che la parodia, non rientra nella categoria delle elaborazioni creative, perché non si pone in una relazione di continuità con l’originale ma integra un vero e proprio rovesciamento concettuale della creazione a cui si riferisce. Assimilare la parodia all’elaborazione creativa vorrebbe dire assoggettarla al consenso dell’autore e dunque mettere a rischio la sopravvivenza dello stesso genere. Difficile, infatti, pensare che l’autore di un’opera gradisca il suo travisamento comico. Ha sbagliato dunque la Corte d’Appello a censurare l’agganciamento del personaggio dello spot a Zorro, perché il legame è un elemento irrinunciabile in ogni parodia. Quest’ultima è dunque lecita, ma solo se viene rispettato un giusto equilibrio tra i diritti di chi ha titolo allo sfruttamento del personaggio e la libertà di espressione, che deve comunque non pregiudicare gli interessi del titolare del marchio o del personaggio originale, nel caso entri in concorrenza con l’utilizzo economico. E qui la Suprema corte accoglie invece il motivo di ricorso della società statunitense, perché nella parodia c’è un rischio di agganciamento parassitario.

Il rischio dell’indebito vantaggio

La caricatura di un marchio altrui «che trae la propria vitalità dalla rinomanza di questo crea un legame col messaggio di cui quest’ultimo è portatore: legame che si traduce spesso in un vantaggio per l’autore della parodia, nell’erosione del valore del segno, o in entrambi i fenomeni». Lo sfruttamento del marchio altrui è dunque vietato, quando l’uso del segno nell’attività economica, senza un giusto motivo, consente di trarre un indebito vantaggio dalla notorietà del brand o di danneggiarlo. E non importa se il marchio in questione non è utilizzato per contraddistinguere i prodotti o i servizi promossi dall’autore, come può avvenire nella rappresentazione parodistica. La sentenza è dunque annullata con rinvio. E la Corte d’Appello dovrà verificare se con lo spot si è determinato un illecito vantaggio o un danno al marchio. Ci saranno ancora altre puntate della querelle giudiziaria che ha come protagonista l’eroe più amato dai bambini e non solo. Un personaggio, con un nome che significa Volpe in spagnolo che, dal ’900, è diventato simbolo della lotta contro l’ingiustizia. Con una firma in punta di spada che segna la fine di ogni prepotenza.

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