musica & finanza

Spotify supera la tempesta hi-tech, vale quasi 30 miliardi di dollari

di Marco Valsania

(Reuters)

3' di lettura

Spotify, spezzando giorni di suspense per l’Ipo più attesa dell’anno, è sbarcata al New York Stock Exchange sotto il simbolo Spot verso le 12,45 americane all’insegna dell’ottimismo. Citadel Securities, designato market maker incaricato di vagliare l’interesse degli investitori, ha stabilito il prezzo di apertura a 165,90 dollari, pari a una capitalizzazione di mercato da 29,5 miliardi che ha subito proiettato il re dello streaming musicale al terzo posto nella classifica dei collocamenti iniziali di gruppi tecnologici, dietro Alibaba e Facebook.

La quotazione di apertura ha rappresentato un rialzo del 25,7% rispetto a precedenti indicazioni di 132 dollari equivalenti a una market cap di 23,5 miliardi. Quelle indicazioni nella giornata del collocamento diretto della società - rara procedura «democratica» senza la protezione di sottoscrittori e che immette sul mercato le azioni esistenti - sono state ripetutamente superate, salendo a 145-155 dollari e poi fino a 170 dollari. E le prime contrattazioni hanno mostrato anche una relativa tenuta del titolo, attorno a 160 dollari con guadagni di circa il 20%, senza le drammatiche oscillazioni temute per un direct listing nonostante gli operatori non escludano future scosse.

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L’arrivo di Spotify ha contribuito a restituire stabilità, almeno temporanea, a Wall Street, arrestando declini nei titoli hi-tech esposti a correzioni per le elevate valutazioni e per le critiche di consumatori e politici che lasciano presagire maggiori regolamentazioni e controlli. I principali indici, compreso il tecnologico Nasdaq, nel pomeriggio lievitavano di frazioni di punto. Aiuta, forse, l’avvicinarsi delle trimestrali: la Corporate America riporterà i bilanci di gennaio-marzo dalla prossima settimana tra pronostici di una crescita del 17% nei profitti.

I riflettori ieri sono però rimasti su Spotify. Tra gli analisti raccomandazioni e outlook divergono. Alcuni scommettono su futuri rialzi del titolo fino a 220 dollari (Rbc Capital); altri (Gabelli) si fermano a 130 dollari. Spotify è stata lanciata nel 2008 dall’imprenditore svedese Daniel Ek, che aveva iniziato la carriera all’ombra d’un mancato impiego a Google quando aveva 16 anni. Da simili inizi, il 35enne Ek ha in seguito trasformato il business della musica. La società ha oggi oltre tremila dipendenti, un catalogo di 35 milioni di canzoni e una presenza in oltre 60 paesi. Per anni criticato quale «saccheggiatore» di talento e causa della crisi del settore, adesso veste piuttosto i panni di salvatore o quantomeno di nuova forza propulsiva. Un’immagine che ha coltivato con cura durante il conto alla rovescia verso il collocamento in Borsa, definendo la missione dell’azienda come «il duro lavoro di aiutare un milione di artisti a vivere della loro arte». Forte di 8 miliardi di euro pagati in diritti d’autore, ha forgiato un’inedita alleanza alle spalle della società tra musicisti, finanzieri e pionieri di Internet. Nonostante continue battaglie sulle retribuzioni ai creatori di canzoni, numerosi artisti sono tra i suoi fan. E il giro d’affari della musica è tornato a salire dopo declini del 40% tra il 1999 e il 2014 sostenuto dalla diffusione dello streaming.

Il modello di business messo a frutto da Spotify è ad oggi semplice. Prevede abbonati - al momento 71 milioni - e utenti di un servizio gratuito sostenuto da pubblicità - altrettanti - con l’enfasi sull’aumento dei subscribers. Ma più dell’immagine del gruppo è proprio questa strategia al centro del dibattito. Nuove fonti di revenue non sono facili. E la marcia del gruppo è incalzata da concorrenti agguerriti, da Apple, secondo servizio di streaming con metà degli utenti e migliori tassi di crescita, fino a Google, Amazon e Pandora. Apple è entrato nello streaming dal 2015 e dopo un avvio difficile ha sfruttato l’integrazione con il proprio ecosistema tecnologico. La radio via Internet Pandora resta leader negli Stati Uniti dello streaming musicale gratuito, con quasi 75 milioni di ascoltatori. Alphabet-Google vanta la diffusione del video-sharing di YouTube e punta su versioni dedicate e a pagamento. Amazon Music, varata nel 2016, è collegata a doppio filo ai popolari smart speaker Echo e all’assistente digitale Alexa.

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