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Spread in continuo calo: per Draghi già lo spiraglio di una manovra pro-crescita

Il Tesoro risparmia in spesa per interessi attorno a 1,5 miliardi l'anno, si aprono degli spazi oggettivi di bilancio (da quantificare con precisione a fine anno), da utilizzare per rendere più corposa l'azione di sostegno alla crescita

di Dino Pesole

Il presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi (foto Ansa)

3' di lettura

Prima che Mario Draghi ricevesse l'incarico di formare il nuovo governo, lo spread si aggirava attorno ai 115 punti base. Ora si attesta nei dintorni dei 94 punti base e secondo diversi analisti che saggiano gli umori del mercato è possibile che la discesa prosegua fino a collocare il differenziale tra i Btp e gli omologhi Bund tedeschi una forchetta tra i 55 e i 65 punti base, con il rendimento sui bond decennali che scenderebbe ulteriormente dall'attuale livello (attorno allo 0,5%). Poiché ogni 50 punti base in meno, il Tesoro risparmia in spesa per interessi attorno a 1,5 miliardi l'anno, si aprono degli spazi oggettivi di bilancio (da quantificare con precisione a fine anno), da utilizzare per rendere più corposa l'azione di sostegno alla crescita.

Non finanziamenti diretti ma nuove disponibilità da sfruttare

Dal punto di vista della corretta gestione della finanza pubblica, i risparmi che si realizzano sul versante del costo di finanziamento del debito non possono essere utilizzati e ante come fonte di copertura per nuove spese o per riduzioni di imposte. Quello che si evidenzia è se mai un beneficio “indiretto”. La minore spesa per interessi rende meno oneroso il servizio del debito, e dunque apre lo spazio a margini di manovra da dirottare ad interventi di politica economica che potrebbero essere realizzati nel corso dell'anno. È il caso di un'eventuale intervento fiscale a sostegno delle imprese e delle famiglie, che andrebbe finanziato attraverso le usuali procedure di bilancio sfruttando anche i benefici “indiretti” del calo dello spread. Il segnale sarebbe importante per contribuire a ripristinare quel clima di fiducia che rappresenta l'atout fondamentale, una sorta di premio alla ritrovata credibilità sulle prospettive di medio periodo della finanza pubblica e dell'economia italiana nel suo complesso.

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La partita del Pil

Nella sua precedente esperienza di governatore della Banca d'Italia e in quella di presidente della Bce, Draghi ha posto più volte l'accento sull'assoluta necessità che l'economia italiana riprenda a crescere, dopo anni di stagnazione e ora di recessione. Il tema della crescita sarà senz'altro al centro delle dichiarazioni programmatiche che il presidente del Consiglio incaricato esporrà in Parlamento, non appena il Governo si sarà insediato. Al momento, appare arduo che quest'anno si possa realizzare l'incremento del Pil indicato al 6% dall'ultima Nota di aggiornamento del Def. Lo stesso ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri ha anticipato lo scorso 20 gennaio che un tasso di crescita non molto distante dall'obiettivo programmatico indicato dal governo uscente è condizionato dall'andamento della campagna di vaccinazione e dalla tempestiva attuazione delle misure da presentare a Bruxelles attraverso il Recovery Plan. Si potrà ora provare ad elevare l'asticella rispetto al 3-3,5% previsto da diversi centri di ricerca, da Banca d'Italia, Upb e Fmi. È possibile ipotizzare che tra i primi interventi del costituendo governo vi sia un più incisivo sostegno alla domanda interna?

Oltre allo spread, spazi di manovra dal Recovery Fund

Le risorse del Next Generation Eu non possono essere utilizzate quali forma di copertura diretta della riforma fiscale, che avendo carattere permanente necessità di un finanziamento strutturale. Anche in questo caso, come per lo spread, il beneficio è indiretto. Se ben corredato da un piano credibile di riforme e investimenti, il Piano di rilancio e resilienza va incidere positivamente sul Pil, aprendo in tal modo spazi ulteriori di bilancio da indirizzare al sostegno delle attività produttive. L'occupazione la creano le imprese. Sarebbe importante da questo punto di vista un segnale in direzione della riduzione del costo del lavoro, come peraltro ci viene chiesto da Bruxelles nelle “raccomandazioni-Paese” del 2019 e 2020. Una sorta di “anticipo” della riforma fiscale, in sostanza, da modulare in funzione delle risorse effettivamente disponibili anche tenendo conto. Il “beneficio” nel sostegno ai consumi e più in generale alla domanda interna potrebbe così manifestarsi a partire dalla seconda metà dell'anno, in coincidenza peraltro con i primi fondi europei che sotto forma di “anticipo” rispetto al totale assegnato al nostro Paese (attorno ai 27 miliardi) dovrebbero affluire proprio da giugno-luglio.


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