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Spread, ecco quanto ci costa e qual è la nostra soglia di sopravvivenza

di Andrea Franceschi

Conte: auspico spread scenda. Nervi saldi perché Italia solida

4' di lettura

Quanto ci costa lo spread? Ignazio Visco, numero uno di Bankitalia, nel suo recente intervento alla giornata del Risparmio, ha stimato un aumento di circa 5 miliardi di euro di maggior spesa per interessi per il prossimo anno. Numeri in linea con quanto si legge nelle tabelle inserite nella legge di bilancio in cui si mette in conto un aumento di 4,56 miliardi degli oneri sul debito per il 2019. È sugli anni a venire tuttavia che il conto rischia di farsi più salato. Il Tesoro prevede che nel 2021 la spesa per interessi cresca di 12,5 miliardi rispetto ai livelli del 2018. È tuttavia molto probabile che, se lo spread dovesse mantenersi su questi livelli ancora a lungo, questo calcolo sia da rivedere al rialzo.

IL COSTO DEL DEBITO

Spesa per interessi in rapporto al Pil . Dati in percentuale(Fonte: Ufficio parlamentare di bilancio)

IL COSTO DEL DEBITO

L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che un aumento di 100 punti su tutta la curva dei rendimenti possa comportare un onere di circa 11,3 miliardi di euro per lo Stato solo nell’arco del biennio 2019-2020. Se si tiene conto del fatto che l’aumento dei tassi su tutta la curva è stato in media di 113 punti base rispetto ai livelli di inizio anno è logico ipotizzare un conto da almeno 12,7 miliardi di euro. L’aumento della spesa per interessi messo in conto dal Tesoro tra il 2019 e il 2021 rischia già di concretizzarsi un anno prima del previsto.

Il rischio di questa situazione è che buona parte degli effetti positivi sul debito pubblico della cura Bce possano rapidamente esaurirsi. Uno su tutti il netto calo degli “oneri sul debito”. Dal 2012 (l’anno del “Whatever it takes” di Draghi) al 2017, c’è stata una riduzione di circa 17 miliardi di euro a questa voce. L’aumento della spesa per interessi riduce i margini di manovra per il governo e in definitiva mette a rischio il processo di stabilizzazione del debito pubblico.

Uno degli argomenti più gettonati dagli esponenti della maggioranza per respingere le critiche della stampa e dell’opposizione è quello che, con i precedenti governi, il debito sia salito. Sia in termini assoluti che in rapporto al Pil. Tutto vero. Ma cosa ha contribuito di più a questo aumento del debito? La politica di bilancio, l’andamento del Pil o la spesa per interessi? Numeri alla mano ciò che ha contato di più è stata quest’ultima voce. Lo testimoniano con evidenza i grafici interattivi sulla dinamica del debito che è possibile consultare sul sito dell’ufficio parlamentare di bilancio.

Dal 2010 al 2017 il rapporto debito/Pil dell’Italia è cresciuto di 19 punti passando dal 112 al 131 per cento. Se non ci fosse stata una modesta crescita del Pil nominale e se il Tesoro non avesse mantenuto un avanzo primario in questi anni l’aumento sarebbe stato ancora maggiore. Nello specifico di 41 punti di cui 6 per effetto della divergenza debito disavanzo e 35 per effetto degli alti tassi di interesse. In altre parole: se il debito in questi anni è salito non è perché è stata fatta una politica di bilancio allegra, non è neppure per colpa del Pil (l’economia, seppur timidamente, è cresciuta in questi anni) ma è per colpa dello spread. Con la crisi del 2011-2012 il Tesoro è stato costretto a indebitarsi a tassi molto elevati per via della speculazione finanziaria sull’euro e ciò ha comportato alla lunga un aumento dello stock di debito.

Questa spirale negativa è stata sterilizzata dalle parole di Mario Draghi che, con la sua famosa promessa di «fare tutto il necessario per salvare l’euro» nell’estate del 2012, ha innescato un netto calo degli spread salvando, di fatto, l’Eurozona dal collasso. La politica monetaria espansiva della Bce ha provocato un netto calo della spesa per interessi. Se nel 2012 l’Italia destinava il 5,2% del Pil agli oneri sul debito, col passare degli anni si è scesi intorno al 4 per cento.

Andamento dello spread Btp / Bund

Gli effetti della politica monetaria della Bce sono stati molto positivi. Il problema è che il loro impatto sullo stock complessivo del debito non è stato immediato ma dilatato nel tempo. In teoria già dal 2019 si potrebbe vedere una prima concreta riduzione del fardello debitorio. Ma perché questo avvenga è necessario che si concretizzino due fattori: il primo è che l’economia cresca al ritmo sostenuto previsto dal governo, il secondo è che la spesa per interessi non aumenti eccessivamente.

Secondo Mondher Bettaieb, capo del reddito fisso di Vontobel Asset Management, anche qualora l’economia italiana non si adeguasse alle ottimistiche previsioni del Tesoro «c’è ancora la possibilità di arginare un aumento del debito». Il gestore sottolinea infatti che, «anche a fronte di un andamento del Pil inferiore a quanto stimato dal governo l’agenzia di rating Fitch preveda un calo del debito pubblico nel prossimo triennio. Un calcolo che tuttavia si basa sull’assunto che i tassi di interesse sui titoli di Stato italiani si mantengano su livelli decisamente più bassi di quelli attuali. Solo con un rendimento del BTp a 10 anni sotto la soglia del 2,5/2,6% è ipotizzabile che il debito pubblico smetta di crescere nei prossimi anni. Su questi livelli il governo potrebbe tranquillamente finanziare il suo programma elettorale senza eccessivi problemi finanziari. Ma non è sostenibile che il tasso del BTp a 10 anni resti sopra la soglia del 3% ancora a lungo perché a quel punto la spesa per interessi finirebbe col comportare un aumento del debito pubblico».

Una stima simile è stata fatta anche da Rabobank che ha fissato una soglia di sopravvivenza al 2,63% ma non sul BTp a 10 anni ma sui titoli a 7 anni. Una quota che rappresenta la media delle scadenze dei titoli di Stato italiani in circolazione.

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