il nuovo governo e le tensioni finanziarie

Spread & Mercati, la vera storia del martedì nero e l’attacco all’Italia

di Morya Longo e Gianni Trovati


Il martedì nero dello Spread italiano: l'inchiesta sulla vera storia

7' di lettura

La mattina del 29 maggio a Roma caldo e umidità sono tropicali. Per i vertici di banche e istituzioni finanziarie è un sollievo entrare nei saloni condizionati di Palazzo Koch, dove il governatore di Bankitalia Ignazio Visco sta per tenere il suo discorso annuale con le «considerazioni finali». Ma anche in sala la temperatura sale subito: in quegli stessi minuti il mercato dei titoli di Stato italiani impazzisce. Lo spread sui decennali, già passato in due ore da 236 a 275 punti, pochi minuti prima delle 10.30 fa un balzo 45 punti che lo porta al picco di 320. Il rendimento dei BTp biennali sale come non aveva mai fatto in un’unica seduta, e allarga lo spread con i tedeschi fino a 350 punti. Su Mts, il mercato regolamentato dei titoli di Stato, si apre di 87 punti lo spread denaro/lettera, che raggiunge quota 183 (ad aprile era in media a 8). Numeri tipici di un mercato in tilt. Segni di panico.

Il momento è così drammatico da spingere lo stesso Governatore ad abbandonare per un attimo il testo scritto e a lasciarsi andare a un commento a braccio contro l’«emotività» dei mercati. Ad scatenare quell’improvvisa bufera non ci sono in effetti i fondamentali dell’economia. Ma una crisi istituzionale che dà il pretesto alla speculazione e al panico sui mercati. Il Sole 24 Ore, dopo aver sentito i protagonisti istituzionali e di mercato di quei giorni concitati, è in grado di raccontare cosa è effettivamente successo. Quale è stata la miccia. Cosa ha moltiplicato la valanga. E chi ci ha guadagnato.

La corsa dello spread e la tensione sui mercati

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IL POMO DELLA DISCORDIA
La spiegazione delle tante fonti interpellate è unanime. Ad agitare i mercati è stata l’ambiguità crescente su un tema fondamentale per chi investe nel nostro debito o nelle azioni delle nostre aziende: la permanenza dell’Italia nell’euro. Perché nessun investitore vuole che i soldi prestati in euro vengano restituiti in lire svalutate. Non c’è nulla che spaventi più del «rischio di ridenominazione». Ed è proprio questa incognita (nonostante le smentite) ad aver creato la tempesta dello spread.

La cronologia degli eventi lascia pochi dubbi. Anche dopo le elezioni, quando era chiaro che l’unica maggioranza possibile fosse giallo-verde, il mercato era tranquillo. Piazza Affari restava la Borsa migliore d’Europa e lo spread era basso. La turbolenza inizia dal 15 maggio, giorno in cui circola la prima bozza di «contratto di governo» che fra le tante voci contempla indirettamente l’opzione di uscita dalla moneta unica, e direttamente la richiesta di cancellare 250 miliardi di debito in mano alla Bce. Ipotesi subito bollate come “superate” da M5S e Lega, ma sufficienti ad avviare la pressione sui BTp.

Le smentite sulla bozza calmano un po’ gli animi, ma l’allerta rimane. E la tensione ricomincia subito a salire quando spunta l’ipotesi di Paolo Savona al ministero dell’Economia. Savona è un economista di vaglia, ma la sua firma si trova anche in fondo al «piano B» che contempla l’uscita a sorpresa dall’euro. I dubbi aumentano ancora domenica sera, quando il Capo dello Stato Sergio Mattarella blocca la nascita del Governo proprio perché Savona sarebbe stato visto «come sostenitore di una linea che potrebbe provocare, probabilmente o addirittura inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro». I timori dei mercati, di fronte a queste parole, crescono.

Ma allora perché nemmeno l’ingresso in campo di Carlo Cottarelli, lungo curriculum al Fondo monetario ed europeista a 24 carati, basta ad abbassare la temperatura? La fiammata del martedì si spiega con il muro che l’ex commissario alla spending review si trova davanti: dopo i «no» scontati di Lega e M5S, arriva quello di Fi e anche il Pd si orienta per l’astensione. Così le elezioni diventano inevitabili. Già a luglio. Il timore è che la campagna elettorale estiva venga giocata tutta sull’euro. Il mercato si avvita e lo spread si impenna. Poi, in serata, lo scenario cambia di 180 gradi: la tempesta accende il pressing istituzionale ai massimi livelli, e spiana la strada al bis del governo politico che nel giro di due giorni arriva al traguardo. Ma intanto a lavorare è la speculazione. Che c’è stata.

I NUMERI DEL MERCATO

(Fonte: IHS, Markit; Bloomberg; Bce, elaborazione Mpscs)

I NUMERI DEL MERCATO

SPECULAZIONE E AUTOMATISMI
Alcuni hedge fund si preparavano per un eventuale caos politico in Italia da mesi. Già a marzo Robert Citrone, miliardario co-fondatore del fondo Discovery del Connecticut, non faceva mistero di scommettere pesantemente contro i titoli di Stato italiani. A chi gli faceva notare la tranquillità degli indici anche post-elezioni, lui rispondeva sicuro di sé che il mercato era ancora convinto che non sarebbe nato in Italia un Governo anti-sistema. Quando lo capirà - prevedeva - la turbolenza arriverà. È arrivata, e Citrone ha portato a casa solo a maggio una performance del 10% circa.

Il fondo Brevan Howard ha fatto anche di più: lo scorso novembre alcuni trader di questo hedge fund hanno partecipato a un incontro al Senato con esponenti dei 5 Stelle per capire la loro visione del mondo. Poi, si ipotizza sul mercato, hanno speculato contro il nostro debito. Ci sono andati così pesanti che a maggio il fondo ha guadagnato il 37%. Contattati dal Sole 24 Ore hanno risposto «no comment». C’erano poi altri che già mesi fa si interessavano al Paese: «Poco dopo le elezioni due fondi sono venuti da me a chiedere un parere legale sulle conseguenze di un’eventuale Italexit», riferisce un avvocato d’affari senza fare nomi. L’interesse cresceva. Interesse ribassista s’intende.

Che nei giorni clou il carro dei ribassisti si sia affollato lo dimostrano le testimonianze delle grandi banche d’affari e soprattutto i numeri del mercato. Per speculare al ribasso sui BTp bisogna prendere in prestito dei titoli (utilizzando operazioni di pronti-contro-termine) e venderli allo “scoperto”. Bene: nel martedì nero i tassi dei pronti-contro-termine per ottenere in prestito BTp biennali sono schizzati all’1,93%. «Questo - spiega il responsabile della sala di trading di una delle maggiori banche d’affari del mondo - testimonia la forte domanda di BTp in prestito». I dati di IHS Markit raccontano la stessa storia.

Anche in Borsa la speculazione monta. Soprattutto sulle banche: sono ribassisti - secondo i dati Consob - decine di fondi speculativi come Bridgewater, Marshall Wace, Aqr, Millennium, lo stesso Discovery di Citrone e molti altri. Ma anche un colosso solitamente tranquillo come BlackRock. Interpellato dal Sole 24 Ore, ha risposto «no comment». Ma i numeri Consob parlano chiaro: martedì vendeva allo scoperto lo 0,6% del capitale di Carige, lo 0,99% di quello del Banco Bpm e lo 0,64% di Ubi.

Una volta partita la valanga, sono poi scattati anche i meccanismi automatici di vendita, che “proteggono” i portafogli dei fondi con modelli matematici per misurare i rischi con vari parametri. Il primo è la volatilità. Appena i parametri sballano, scattano le difese: i fondi iniziano a vendere per ridurre i rischi. E la valanga aumenta. Fino a quando martedì non sono arrivati ordini di vendita anche da grossi fondi pensione. Soprattutto dal Giappone. E dagli Usa. Appena però la situazione politica ha mostrato una schiarita, martedì sera, gli stessi meccanismi automatici e la stessa speculazione hanno fatto una brusca inversione a «U». Come sempre.

L’ARGINE DI VIA XX SETTEMBRE
Nelle ore più dure il ministero dell’Economia ha provato a fare muro. Da Via XX Settembre sono partite le telefonate per convincere almeno le banche e assicurazioni italiane a comprare titoli italiani. Anche perché era aperta un’asta di BoT che nel deserto del mercato ha rischiato seriamente di fallire. Dal Mef la “moral suasion” per gli acquisti è stata intensa, e non si è limitata alle controllate del ministero (è noto l’intervento di Cdp, e anche l’ad di Poste ha spiegato in quelle ore all’assemblea degli azionisti che i titoli e i loro rendimenti sono «un’opportunità») ma anche a grossi player privati. Il Sole 24 Ore ha testimonianze inequivocabili a riguardo. Se sullo spread è servito a poco, lo scudo ha evitato il peggio sull’asta.

IL RUOLO DELLA BCE
E la Bce? È rimasta «neutrale». L’Eurotower ha continuato a comprare BTp come sempre. E come impongono le regole della sua politica monetaria: la Bce acquista titoli di Stato dei vari Paesi in proporzione ai “millesimi” che ognuno vanta nell’azionariato della stessa Bce. Così a maggio ha acquistato BTp per 3,6 miliardi: un po’ meno dei 3,9 del mese precedente, ma più dei 3,4 di marzo e gennaio, e in linea con i 3,6 di febbraio. Se si aggiunge che la Bce compra titoli aggiuntivi in base a quanti giungono a scadenza tra quelli del suo immenso portafoglio, a maggio gli acquisti sono addirittura aumentati del 33% rispetto ad aprile. Dunque nessun complotto. Semplice neutralità.

Ma nel clima teso di queste settimane le interpretazioni su questa neutralità si sono divise. Alcuni l’hanno intesa come un’operatività da “minimo sindacale”. È vero che il Qe non è una misura salva-Stati (per quello c’è il programma Omt), ma è anche vero che usando la flessibilità prevista la Bce avrebbe potuto dare almeno la sensazione di essere più presente sul mercato. Altri ribattono invece che maggiori interventi avrebbero dato un nuovi argomenti al panico. In ogni caso, l’atteggiamento è stato notato da molti. Anche perché - in proporzione alle quote di capitale di ogni Paese in Bce - a maggio l’Eurotower ha comprato un po’ meno BTp di quanti avrebbe potuto, e un bel po’ più di Bund tedeschi. Ma in ogni caso la Bce non ha avuto alcun ruolo nell’aumento dello spread.

I NUMERI DEL MERCATO

(Fonte: IHS, Markit; Bloomberg; Bce, elaborazione Mpscs)

I NUMERI DEL MERCATO

I RISCHI FUTURI
I giorni successivi la situazione è poi migliorata, con la nascita di un governo politico. Lo spread è sceso a 218 punti. Ma ora è tornato a 269. Perché i rischi non sono venuti meno. Lo ha spiegato per esempio Nicholas Wall, gestore del fondo Omgi: «Crediamo che ci sia una possibilità molto bassa che l’Italia abbandoni l’Eurozona, ma il rischio che una serie di eventi sfortunati possano condurre a una Italexit accidentale è aumentato». Il mercato, si sa, spesso sbaglia. E altrettanto spesso cambia opinione. Tutto dipenderà dalla linea vera di politica economica che dopo i tanti proclami post-elettorali sarà costruita dal premier Conte e dal ministro dell’Economia Giovanni Tria: non a caso quello che, fino a oggi, è il più silenzioso dei ministri.

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