titoli di stato

Spread, quanto può salire con un deficit/pil al 2,4%

di Andrea Franceschi


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(Fotolia)

4' di lettura

Avvio di seduta all’insegna del panico sul mercato dei titoli di Stato italiani all’indomani della pubblicazione della nota di aggiornamento al DeF che ha previsto un rapporto deficit/Pil al 2,4 per cento. In avvio di seduta lo spread tra il Bund e il BTp a 10 anni è balzato oltre i 260 punti mentre le banche hanno trascinato al ribasso Piazza Affari. Le tensioni maggiori si sono viste in particolare sulla parte breve della curva dei rendimenti. I tassi dei titoli di stato a 2 e 3 anni hanno registrato fiammate tra i 20 e i 30 punti. Numeri da allarme rosso che testimoniano l’elevato nervosismo degli investitori alla luce di una cifra finale sul rapporto deficit/Pil (2,4%) che è di molto superiore alle previsioni.

A pesare sulle quotazioni dei nostri titoli di Stato sono le ultime notizie sul tema della legge di bilancio. Giovedì sera il Consiglio dei Ministri ha varato la nota di aggiornamento al Def in cui vengono rese note le stime dell’esecutivo in tema di conti pubblici. A partire da quelle più importante di tutte: quella sul rapporto deficit-Pil. Un indicatore chiave per la tenuta dei conti che il ministro del Tesoro Giovanni Tria avrebbe voluto tenere su una prudente soglia dell’1,6% ma che invece salirà al 2,4% per il prossimo triennio, come da accordo trovato in seno alla maggioranza di governo, a caccia di risorse per finanziare le promessa elettorali più importanti (reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della Legge Fornero).

Quanto potrebbe salire lo spread con un deficit del genere? Stando alle stime degli analisti di Bloomberg l’attuale livello di spread sarebbe compatibile con un deficit al 2,4 per cento. Ma è probabile che, se questo scenario si concretizzasse davvero, ci potrebbe essere una fiammata violenta del differenziale che in poco tempo riguadagnerebbe la soglia critica dei 300 punti base. Se non oltre.

Secondo gli analisti di Capital economics la legge di bilancio può alimentare timori sulla sostenibilità dei conti pubblici tali da innescare una nuova ondata di vendite sui titoli di Stato e il rendimento del BTp decennale (qui l’andamento del titolo ora per ora) può arrivare facilmente oltre la soglia del 3,5% entro la fine dell’anno.

Nel corso delle ultime settimane infatti diversi grossi fondi, tra cui i colossi Usa Blackrock e Fidelity, hanno preso posizione sui titoli italiani sulla scommessa di una legge di bilancio all’insegna della prudenza. In altre parole sulla vittoria della “linea Tria”. Siccome però questo scenario è stato sconfessato il rischio è che ci possa essere una chiusura di queste posizioni tale da provocare un’impennata della volatilità.

Senza contare l’impatto che questa decisione potrebbe avere sul rating dell’Italia. A fine ottobre sia Standard & Poor’s sia Moody’s hanno in programma una revisione del merito di credito del Paese e c’è un rischio elevato di declassamento. In particolare da parte di Moody’s che ha messo sotto osservazione il rating dell’Italia in vista di una possibile bocciatura. In che modo la stima sul deficit potrebbe condizionare il giudizio delle agenzie? Secondo David Simner, gestore di portafoglio obbligazionario di Fidelity International «a meno che la Legge di Bilancio sia molto conservatrice, con un deficit all'1.6%, è probabile che Moody's procederà con il downgrade ma con un outlook stabile per il futuro. Un deficit al di sopra del 2.3%, al contrario, potrebbe comportare un downgrade e con un outlook negativo». Un passo che rischia di avvicinare pericolosamente i BTp alla classificazione «junk», cioè spazzatura.

L’altro scenario estremo, cioè le dimissioni di Giovanni Tria, sembra scongiurato. I partiti di maggioranza, in particolare il Movimento 5 stelle, in queste settimane hanno preso di mira il ministro e i suoi tecnici minacciati di epurazione dal portavoce del premier Rocco Casalino in un noto audio whatsapp pubblicato in questi giorni.

È chiaro che per Tria mettere la firma su un documento che sconfessa apertamente la sua linea, comportare una pericolosa perdita di credibilità agli occhi degli investitori internazionali. Il suo profilo di economista ortodosso e ligio alle regole della Ue è una garanzia per chi investe nei nostri titoli di Stato. Un argine a derive pericolose dei segmenti più euroscettici dei partiti di maggioranza che non hanno mai fatto mistero di auspicare un’uscita dell’Italia dall’euro.

Il rischio più estremo (Italexit) è un fantasma che la Bce di Mario Draghi era riuscita ad allontanare ma che si è ripalesato quando nel contratto di governo tra Lega e 5 stelle pubblicato prima della formazione dell’esecutivo sono comparse misure (la cancellazione del debito italiano nel portafoglio della Bce, la modifica dei trattati per prevedere un’uscita dall’euro o i MiniBoT per citarne alcuni...) che hanno lasciato intendere che questa fosse una deriva possibile. La scelta di Tria come ministro del Tesoro e il suo orientamento prudente in tema di conti pubblici e le sue rassicurazioni sull’appartenenza dell’Italia all’euro sono state decisive nell’allentare la pressione sullo spread dopo le tensioni di maggio e giugno. Sarà così anche nel proseguo?

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