Societa

(S)ragionare per slogan, una malattia del lessico contemporaneo

di Giuseppe Lupo

(AFP)

3' di lettura

Non so se sia la paura per la pandemia o se piuttosto non sia un segno della cosiddetta “cultura orizzontale” – quella della reta internet, priva di filtri e dall’aspetto frammentario – di cui già tempo fa discutevano Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini in un saggio omonimo, pubblicato da Laterza.

Di certo, però, il linguaggio della socialità virtuale (Facebook, Twitter, Instagram), lo stile con cui vengono confezionati i post e le immagini, diventati pane quotidiano in questo anno passato di reclusione, hanno assunto una fisionomia a vocazione fortemente gnomica, sentenziosa, proverbiale. È come se il tempo e i timori a esso intrecciati avessero fatto maturare, per questo tipo di comunicazione, una matrice diversa rispetto a quella a cui siamo abituati, dal grado zero della comunicazione scritta (lo scambio di informazioni e notizie) ai più sofisticati livelli performativi, dove anche il semplice commento di una foto o della copertina di un libro determina un risultato emotivo. Non occorre un gran colpo d’occhio per accorgersi di questo cambiamento che nei post dedicati alla lettura favorisce addirittura il vertiginoso moltiplicarsi di etichette, definizioni, assunti a-storici e a-temporali che estremizzano l’effetto enunciativo, somigliano a slogan più che a sintesi e ripongono ogni auspicio nell’hashtag.

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Ne riporto qualcuno a mo’ di esempio: «Io accetto la grande avventura di essere me stessa» (Simone de Beauvoir), «Una bella cosa è una gioia per sempre: la sua bellezza aumenta e mai sparirà nel nulla» (John Keats), «Tutte le cose e tutto il mondo è incompiuto, per l’uomo, e nel frattempo il significato di tutte le cose del mondo è racchiuso nell'uomo stesso» (Fëdor Dostoevskij).

L’esprimersi per enunciati ottiene sicuramente successo perché riesce a colpire l’attenzione del lettore/ascoltatore, determina un’aura paradigmatica, sicché ragionare per massime, per principi, per asserzioni che difficilmente saremmo in grado di confutare, diventa un efficace modo per risultare convincenti. In apparenza questa ipertrofia citazionistica potrebbe apparire una lontana eredità di quell’abitudine a chiosare, presente nella lingua latina, che rende persuasiva la prosa degli scrittori più scaltri a manipolare con maggiore o minore asciuttezza le armi della retorica – da Cicerone a Seneca – e a far scaturire il senso di una conclusione, l’urgenza di un qualcosa da portare a compimento.

A monte di questa scrittura esisteva la costruzione di un ragionamento condito da esempi, da paragoni e ciò determinava uno scatto in avanti che avvicinava la scrittura alla forma di un teorema (tesi e dimostrazione) e di cui la chiusa, appunto, costituiva l’ultimo elemento, la copertura, il tetto. Ora invece, quando organizziamo i post per le piattaforme social, evitiamo il ragionamento per accentuare la chiusa, che di fatto costituisce l’unico corpo di testo da sottoporre al lettore, chiedendo la sua complicità (o la sua condivisione), cioè i like. L’obiettivo è comporre il francobollo di una dichiarazione in grado di dispensare verità a un numero quanto più possibile vasto di visitatori, a prescindere se l’opera di Keats o di Dostoevskij o della de Beauvoir sia o non sia stata acquisita nella sua profondità.

La regola assertiva funziona negli stessi termini e con la stessa efficacia anche se a essere citati fossero esponenti di altri settori del sapere (dall’arte all’architettura, dalla filosofia allo sport) perché l’obiettivo di tale operazione è di condensare in una pillola di sapienza un concetto che appartiene al senso comune del vivere e che il linguaggio, con i suoi apparati retorici, porterebbe a travisare se non venisse offerta in forma sincretica.

Senza per forza incorrere nei paradossi che Umberto Eco enunciava nel celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno («Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di nutrirsi»; 1961), quando cioè l’insorgere della società di massa procurava disorientamento negli intellettuali e reazioni incomprensibili, i mutamenti di registri censiti nei modi della virtualità, a prescindere da quali siano le cause, rappresentano un segnale di trasformazione, esattamente come lo erano stati i fenomeni attivi sessant’anni fa.

Il problema è che a quel tempo l’Italia accentuava la sua spinta verso una società che si sarebbe persa dietro i consumi ma avrebbe guadagnato in benessere. Oggi, invece, dietro questa manifestazione si nasconde un’insicurezza che la pandemia certo ha ingigantito, ma che già all’insorgere del nuovo millennio Zygmunt Bauman intuiva in un libro come Modus vivendi. Inferno e utopia nel mondo liquido (2007), interamente dedicato all’ingerenza dei pericoli (veri o falsi) nel tessuto della comunicazione quotidiane. Cerchiamo sicurezza negli slogan in maniera proporzionale al crescere dell’incertezza. Abbiamo paura di non saper più individuare ipotesi costruttive e così tentiamo di colmare il vuoto perché abbiamo smarrito l’esercizio di ascoltare o, più banalmente, abbiamo preso l’abitudine a dare retta solo all’ultima parola, quella che si ricorda di più.

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