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Sregolatezza e rigore, l’idioma Y/Project

di Angelo Flaccavento


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Tutte le attività di Y/Project, dal design studio all’atelier per la prototipia e all’amministrazione, sono riunite in questo appartamento in rue de Paradis, decimo arrondissement, a Parigi. L’architteto di Bruges ha ereditato il ruolo di stilista dal fondatore del marchio Yohan Serfaty, prematuramente scomparso

3' di lettura

Il panorama della moda maschile è in ebollizione. Dopo stagioni di ubriacatura stradaiola cha hanno eletto la felpa con il cappuccio e i pantaloni della tuta, ovvero il grado zero del design, a pinnacolo conclamato del desiderio transgenerazionale, con tutta la debacle di usi e costumi che ne consegue, avanza una nuova urgenza di sperimentazione. Glenn Martens è uno dei fautori attivi e immaginifici di questo slittamento: posizione coronata dall’invito come guest designer a Pitti Uomo 95. Il lavoro che da qualche anno Martens svolge come direttore creativo di Y/Project lo ha reso membro di punta della new wave che da Parigi sta diffondendo per il mondo una dirompente lingua della moda. Un idioma gergale, ruvido, persino spiazzante, che ha elevato il brutto artistico, il kitsch, il cattivo gusto deliberato a vette auliche, imponendo una sorta di neorealismo, o meglio un espressionismo iperrealistico che guarda alla strada e ne esagera i caratteri.

Tra i provocatori, Martens fa parte per se stesso. Coltiva infatti un’idea in qualche modo classica di bellezza, che distorce con movimenti sicuri e vitali. «Opulenta: è così che definirei la mia moda» spiega. Lo incontriamo a Parigi in rue de Paradis, decimo arrondissement: quartiere multietnico e popolare, terra ideale per creatori alla ricerca di contrasti estetici ad alto voltaggio.

Micro-azienda a Parigi
La sede di Y/Project, che non è uno scherzo punk ma un marchio serissimo, per quanto sperimentale, con tanto di ceo, è al quarto piano di uno stabile con affaccio su cortile interno, a riparo dai rumori della strada. In duecento metri quadrati sta tutto, dal design studio all’atelier per la prototipia, all’amministrazione. «Presto dovremo spostarci» dice Martens. Trentacinque anni, belga di Bruges, mancato architetto, ha una risata da adorabile canaglia e l’aspetto allampanato di una scultura lignea medievale, le stesse che abbondano nel suo natio borgo selvaggio, sonnacchioso gioiello del gotico internazionale. «I contrasti sono importanti nel mio lavoro e così l’eclettismo» spiega.

L’eredità ruvida del marchio
Il mondo Y/Project è una stratificazione di opposti in apparenza inconciliabili. È ruvido e sporco, ma carico di una ricchezza – di dettagli, e di immagine intera – attinta dalla storia, passione infantile di Martens. È un mondo popolato di dame sospese tra rococò e trash, di gaglioffi vestiti con la tuta di acetato e i pantaloni sartoriali, di malandrini con il cappotto chiuso a mo’ di bozzolo come un impacchettamento di Christo. La ricerca di un’estetica alternativa, scioccante perché non immediata, è partita per Martens proprio dalla collezione maschile, cui in seguito si è aggiunta la linea donna. Il posto di direttore creativo per Y/Project gli è stato infatti offerto nel 2013, dopo la prematura scomparsa del fondatore Yohan Serfaty, del quale era assistente. «Ho ereditato un marchio di moda dallo stile nero e metropolitano che ho portato lentamente altrove, definendo identità complessa e articolata – racconta –. È stato così per mia scelta e per mandato del ceo Gilles Elalouf, che mi ha chiesto espressamente di muovermi in nuovi territori. Quel che è rimasto, dello spirito originale, è una certa ruvidità».

Per compiere questo percorso e plasmare Y/Project a propria immagine, Martens si è preso del tempo, affinando un metodo progettuale unico, fatto di sregolatezza e rigore. Non a caso, agli studi di moda presso l’Accademia Reale di Anversa, alma mater di Margiela, Demeulemeester e svariati concettuali, Martens è arrivato dopo il diploma in architettura conseguito a Ghent. L’esattezza scientifica dell’approccio traspare sotto quel che a tutta prima appare come un proliferare assurdo di strati e di dettagli, sotto l’allungarsi oltremisura di pantaloni, maniche e abbottonature che s’attorcigliano e penzolano per ogni dove.

Progetto, taglio (e design)
Questo fa di Y/Project un esperimento di design, non di styling: le forme complesse nascono in fase di progetto e di taglio, non nell’assemblaggio dei look per la passerella, e sono il frutto di ricerche estreme sulle possibilità della modellistica. Non è un caso che, nello studio parigino del marchio Martens si sia scelto un posto strategico al tavolone comune nell’open space: la postazione d’angolo, con affaccio diretto sull’atelier. «Così non mi sfugge nulla» spiega, con un sorrisetto eloquente. Il risultato è una estetica affatto originale: Y/Project, oggi, è sinonimo di mascolinità compiaciuta ma irridente, simmetricamente lontana tanto dal giovanilismo becero quanto dai neoformalismi reazionari che avanzano. «Mi piacciono gli estremi, ma per me è importante che, per quando distorto, un soffio di eleganza arrivi sempre al pubblico» conclude Glenn Martens. È un soffio abrasivo, il più delle volte; tagliente, persino brutale. Segno distintivo di un creatore originale, incapace di mezze misure, che ha forgiato la propria sigla autoriale realizzando abiti multifunzionali e ludici, da indossare in infiniti modi perché, come opere aperte, rifiutano il significato e la funzione univoci.

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