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Stai in guardia, streaming!

Il modello on demand vincerà su quello della trasmissione lineare? In realtà, e a dispetto di quel che farebbe pensare il successo di Netflix, sembrerebbe di no. Basti pensare ai live di Instagram e a una piattaforma come Twitch, che delle “dirette” ha fatto la sua prerogativa

di Fabio De Luca

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Il modello on demand vincerà su quello della trasmissione lineare? In realtà, e a dispetto di quel che farebbe pensare il successo di Netflix, sembrerebbe di no. Basti pensare ai live di Instagram e a una piattaforma come Twitch, che delle “dirette” ha fatto la sua prerogativa


2' di lettura

Parafrasando una famosa hit degli anni Ottanta, la domanda se le piattaforme di streaming siano destinate a “uccidere la radio” è una di quelle che, periodicamente, torna a togliere il sonno a chi lavora nel settore. Domanda tutt'altro che oziosa: da un lato, perché Spotify, Apple Music, Deezer e le altre company digitali sono ormai a tutti gli effetti il principale veicolo di consumo della musica; dall'altro, perché Daniel Ek (cioè il presidente della più diffusa tra le piattaforme, Spotify) non perde occasione per dirlo senza mezze parole.

L'ultima volta la scorsa primavera, in una lettera agli azionisti: «Se guardiamo ai prossimi 20 anni, ciò che vediamo è la morte (usa proprio la parola “morte”, nda) di tutto ciò che è lineare, e la vittoria dell'on-demand». Quello che sta facendo Spotify, specie dopo i cospicui investimenti nel mondo del podcast, è dividere “la radio” come l'abbiamo conosciuta finora nelle sue due componenti essenziali – ascolto musicale e contenuti parlati – e ridisegnare l'esperienza utente di ciascuna di esse in chiave non-lineare, cioè personalizzata (sulla base delle “raccomandazioni” dell'algoritmo) e, soprattutto, on-demand.

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In realtà, e a dispetto di quel che farebbe pensare il successo di Netflix (alla cui narrazione di disruption del mercato televisivo Spotify si rifà parecchio), le trasmissioni cosiddette “lineari” non sono per forza in crisi: basti pensare ai live di Instagram e a una piattaforma come Twitch, che delle “dirette” (finora per lo più dedicate al mondo gaming) ha fatto la sua prerogativa. E forse nemmeno il modello lineare della radio è esattamente in crisi: il principale competitor di Spotify, cioè Apple Music, sin dal suo esordio (giugno 2015) ha affiancato a un servizio standard di streaming musicale anche quello di Beats 1 (ad agosto ribattezzato Apple Music 1), che è a tutti gli effetti un canale radiofonico “classico”.

Un super-canale, in realtà: a partire dal direttore artistico (Zane Lowe, ex di BBC Radio1) i suoi conduttori sono stati pescati tra i migliori sul mercato anglofono. Non solo: da quest'autunno, al canale principale se ne affiancano altri due, Apple Music Hits e Apple Music Country, pure questi in formato lineare. Torniamo dunque alla domanda di partenza: chi sopravviverà? La radio tradizionale o il modello scomposto e ricombinato di Spotify? Una possibile risposta arriva leggendo un libro appena uscito per Vololibero, Suoni nell'etere, dove l'autore Simone Fattori ricostruisce
– con notevole dovizia di particolari e aneddoti – cent'anni (quasi) di storia della “musica alla radio”: «La storia della radio è costellata da previsioni nefaste sul suo futuro.

A ogni innovazione tecnologica, dall'avvento della tv a quello di internet, c'è sempre stato chi l'ha data per spacciata, ma la verità è che non c'è mai stato nessun media capace di reinventarsi come la radio. E la sua forza, se parliamo di musica, sta nel fatto che gli ascoltatori preferiranno sempre, anche tra dieci o vent'anni, che a proporre nuove canzoni e nuovi artisti sia un essere umano, e non un algoritmo». Speriamo bene.

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