Sostenibilità

Standard Kering estesi alla filiera-fornitori

di Marta Casadei


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2' di lettura

«Abbiamo standard elevati dal punto di vista ambientale, ma anche regole rigide sulla responsabilità sociale. Non solo sono valide dal magazzino all’ufficio, ma anche in tutta la nostra filiera di fornitori. Che nel 90% dei casi si trovano in Italia. Per questo, molto spesso, i nostri progetti partono da questo Paese». Marie-Claire Daveu, chief sustainability officer e head of international institutionalaffairs del gruppo Kering, è a Milano per presentare l’accordo tra il gruppo del lusso francese, che ha chiuso il 2018 con 13,66 miliardi di euro, conValoreD, associazione italiana che da esattamente dieci anni lavora per assicurare inclusione ed equilibrio di genere all’interno delle aziende. Un tema molto caro anche a Kering, la cui Fondazione - negli anni e con l’aiuto di molti volti noti, tra cui la board director Salma Hayek e Beyoncé - è in prima linea contro la violenza sulle donne dal 2009. «Le donne sono molto importanti nel settore lusso: rappresentano l’80% delle persone impiegate nella nostra filiera . Nella nostra azienda le dipendenti sono 600 e il nostro Cda è composto da donne per il 64 per cento», continua Daveu.

Marie-Claire Daveu (Kering): «Impegnati nella sostenibilità insieme ai fornitori italiani»

La responsabilità sociale include la valorizzazione delle diversità e la tutela di chi lavora per il gruppo. Due “sottotemi” che proprio negli ultimi mesi hanno visto Kering o i suoi brand sviluppare una serie di iniziative concrete: a marzo, per esempio, Gucci ha annunciato un piano per aumentare l’inclusivitàe la tutela delle differenze, dopo un episodio spiacevole che aveva esposto il marchio a numerose critiche online, mentre a maggio, durante il Copenhagen fashion summit, lo stesso presidente e ceo François-Henri Pinault ha annunciato che Kering impiegherà solo modelli e modelle sopra i 18 anni.

Cambiando prospettiva, sono proprio i consumatori giovani a chiedere maggiore impegno nella sostenibilità: «Ci chiedono informazioni sulla provenienza dei capi, sul trattamento degli animali - continua Daveu - e non solo dall’Europa, anche dalla Cina. Per questo abbiamo, tra i nostri obiettivi per il 2025, il raggiungimento del 100% della tracciabilità, insieme alla riduzione del 40% dell’impatto ambientale». Per arrivare a questo punto, serve unosforzo comune: «Lavoriamo fianco a fianco con le aziende della filiera. Le italiane sono molto aperte sul tema, vogliono imparare, anche per ottenere un vantaggio di lungo periodo, non solo per lavorare con noi».

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