intervista allo psichiatra

Starace (task force Colao): «Lo stress test Covid occasione di ripartenza»

Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute mentale e Dipendenze patologiche dell'Ausl di Modena, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep), nonché consigliere generale dell'associazione Luca Coscioni, è l'unico componente “sanitario” della task force di Vittorio Colao chiamata dal premier Conte a elaborare un progetto di ripartenza del Paese.

di Barbara Gobbi

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4' di lettura

«È una prova durissima, senza precedenti nella storia del genere umano. E siamo appena all'inizio di questo fenomeno epocale, su cui continueremo a interrogarci. Basti solo pensare all’effetto della pandemia sulle giovani generazioni, private della scuola come occasione fondamentale per lo sviluppo neurocognitivo, motorio e relazionale. Ma più in generale in tutti c'è il bisogno di vedere un Governo che affianchi alla ripresa economica e produttiva il rilancio della dimensione esistenziale e relazionale delle persone. Sia pure nei modi e nei tempi che saranno necessari. Ci stiamo provando». Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute mentale e Dipendenze patologiche dell'Ausl di Modena, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep), nonché consigliere generale dell'associazione Luca Coscioni, è l'unico componente “sanitario” della task force di Vittorio Colao chiamata dal premier Conte a elaborare un progetto di ripartenza del Paese.

La sfida per la “Fase 2” è tenere insieme sviluppo e welfare. «Un progetto – avvisa Starace - che non potrà disgiungere la ripresa economica da quella esistenziale. Perché la produzione industriale è fatta dalle persone per le persone, che non sono dei comprimari ma i titolari del rilancio».

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Infatti nella task force il premier ha deciso di chiamare uno psichiatra
Da parte del presidente del Consiglio è stata una scelta di grande attenzione a temi strategici per la ripresa del Paese. Non a caso per indicare una condizione grave in economia si usa il termine “depressione”, lo stesso che portato a livello individuale e di singoli gruppi può essere l'elemento dirimente la capacità di risposta oppure il lasciarsi andare. Per questo è molto importante dare alle persone il segnale che si è consapevoli della condizione di malessere che stanno vivendo.

Ripartire per tornare sui vecchi binari o rimettendo in fila le priorità?
Come tutte le situazioni eccezionali, anche questa può indurre un comprensibile desiderio di ripristino della situazione quo ante, ma non credo si possa tornare “come prima”: bisogna guardare avanti. E uscirne migliori. Questa pandemia può essere l’occasione per ridefinire obiettivi e modalità assistenziali. Ed è una grande opportunità se guardiamo al nostro servizio sanitario, per cui lo stress test Covid può essere da stimolo per una profonda revisione, un maxi tagliando organizzativo.

In che senso?
Il nuovo coronavirus ci mette così duramente alla prova anche perché ha trovato la sanità italiana in una condizione critica, e con l'assistenza sul territorio depotenziata da anni, nella falsa convinzione che basti avere ospedali ben funzionanti per mettere al sicuro la nostra salute. Non è così e l'emergenza Covid lo ha dimostrato in modo lampante. Perché la Fase 2 funzioni, anche al territorio va somministrata quella cura da cavallo che ha portato in poche settimane al raddoppio delle terapie intensive negli ospedali. Servono strutture, personale, tecnologie e formazione.

Cos'altro?
Il contact tracing è la chiave di volta, insieme alla possibilità di fare tamponi molecolari in tempi rapidissimi, disinnescando quanto più possibile la capacità del virus di replicarsi. Ma poi serve un punto di caduta che nella grande maggioranza dei casi è il territorio, da puntellare con sistemi di sorveglianza sanitaria e servizi di prevenzione. Anche quando una App ci segnalerà il contatto con una persona potenzialmente contagiosa, comunque dovrà attivarsi un medico di base per l'esecuzione rapida del test. Questa è l'unica ricetta che tiene a bada i contagi: poter isolare i casi sospetti attivando se necessario modalità di collocazione extra-domiciliare, anche requisendo alberghi. E, per i casi accertati, rendere disponibili ospedali di comunità a bassa intensità assistenziale. Mentre nei Covid Hospital andranno i malati più complessi. In ogni caso l'ospedale dev'essere l'ultimo segmento del Ssn: l'obiettivo è intercettare precocemente il virus, non rincorrerlo.

Come orientarsi nelle cure dal 4 maggio in poi?
Va riservata massima attenzione al contagio intra familiare e a quello nelle strutture dove si concentrano anziani e disabili. Troppi, oggi, per ogni centro. I modelli di gestione della salute mentale possono essere un faro: prevedere strutture residenziali per non più di 20 persone risponde alla necessità di personalizzare gli interventi ma anche di evitare concentrazioni di persone fragili in un stesso luogo. Molte Regioni hanno aggirato questo limite con il grimaldello della struttura modulare e di fatto hanno continuato a ospitare un gran numero di pazienti. Tutti questi centri oggi sotto l'impatto dell'epidemia stanno mostrando grandi criticità.

Nella Fase 2 quindi c'è il rischio che il dramma delle Rsa si ripeta?
Oggi sappiamo che le strutture residenziali possono essere dei punti deboli del sistema e quindi l'attenzione sarà massima. Per il futuro, i servizi vanno ripensati: va ridotto il numero dei pazienti, favorendo la domiciliarità. Penso anche a soluzioni valide ed economiche, dalle comunità alloggio agli affidamenti etero-familiari fino alle convivenze tra anziani e studenti o tra anziani e persone straniere, in un rapporto di mutua assistenza.


Il tutto in un Ssn regionalizzato. L'Italia è pronta nel complesso a ripartire?
La decisione politica sull'allentamento delle misure andrà informata dalla valutazione del singolo territorio sia in termini di prevalenza stimata dell'epidemia sia del funzionamento della sanità territoriale e ospedaliera. In caso di focolai bisogna farsi trovare pronti. Senza contare tutti i criteri di sicurezza che andranno applicati nel sistema di welfare così come nelle imprese.

Lo scenario migliore a due anni da oggi?
Dal punto di vista del contenimento dell'infezione auspico che due anni siano un tempo sufficiente per avere sia farmaci appropriati sia un vaccino. Entrambe le soluzioni, perché non esiste un vaccino che dia copertura totale e in alternativa vanno sempre previste cure adeguate. E spero che l'Italia non si faccia sfuggire l'occasione di ricostruire una sanità diffusa e inclusiva, basata sulla sinergia piena e paritaria tra ospedale e territorio.

E lo scenario peggiore?
Qui prevarrebbe la falsa rassicurazione del far tornare “tutto come prima”, una volta ottenuti un farmaco e un vaccino. Questo significherebbe farsi trovare di nuovo impreparati alla sfida del prossimo virus. Che arriverà.

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