INTERVISTA / ELISABETTA FABRI

«Starhotels, la sfida decisiva è l’alto di gamma Ora rotta a Sud»

Parla l’azionista di riferimento del gruppo fiorentino cresciuto del 4% nel 2019

di Silvia Pieraccini


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4' di lettura

Tra pochi giorni, il 22 ottobre, riceverà al Quirinale l'onorificenza di Cavaliere del lavoro insieme con altri 24 imprenditori e manager che hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo dell’economia italiana. Nel frattempo Elisabetta Fabri, 57 anni, azionista di riferimento con il 55% del gruppo fiorentino Starhotels (del quale è stata ad e presidente fino a luglio data in cui è scaduto il cda che sarà rieletto entro fine ottobre) aggiunge un altro tassello alla strategia di riposizionamento verso l’alto di gamma. Scelta che negli ultimi anni l’ha portata ad acquisire alberghi cinque stelle, realizzare suite (25 in costruzione a Firenze grazie all’ampliamento dello storico Helvetia&Bristol), gestire residenze di lusso (a Milano, dal 2020).

«Dal 1 gennaio l’hotel Terme di Saturnia entrerà a far parte di Starhotels Collezione, il nostro brand di fascia alta, attraverso un accordo di franchising», annuncia Fabri precisando che con questa operazione il gruppo - il più importante player alberghiero italiano a capitale familiare - raggiunge quota 30 hotel (di cui 5 all’estero: a Londra, Parigi e New York) con 4.100 camere, quasi tutti di proprietà. Nel 2018 il fatturato è salito del 5,4% a 208,5 milioni (senza considerare l’hotel Michelangelo di New York, 24 milioni di dollari di ricavi), con un ebitda di 55,7 milioni (+11,7%) e un utile netto a 12,3 milioni (+31,4%

Cosa significa l’alleanza con Terme di Saturnia, in Maremma, uno degli indirizzi storici del termalismo internazionale?

È il nostro primo franchising con un brand italiano famoso nel mondo: una grande opportunità per entrare nel segmento termale e una sfida per dar prova di capacità anche fuori dal nostro perimetro. Siamo contenti che Terme di Saturnia abbia scelto noi tra tanti operatori interessati. Potenzieremo le attività di sales, marketing e comunicazione, collaboreremo nel revenue management e metteremo la nostra competenza a garanzia degli standard qualitativi.

È il primo passo per una “nuova” compagnia alberghiera?

Siamo un’azienda in evoluzione che si apre ad aggregazioni con altri gruppi e investitori istituzionali (Terme di Saturnia è del fondo americano York Capital e di Feidos Investimenti, ndr) che condividono gli stessi obiettivi di medio-lungo termine: proporre un’offerta che risponda alle diverse motivazioni del viaggio.

Starhotels non vuol più essere la catena alberghiera a quattro stelle, specializzata nel segmento business, che aveva costruito suo padre?

Il segmento business è la nostra storia, e non lo abbandoneremo. Ma oggi la sfida è nell’alto di gamma, lo chiede il mercato e lo dimostrano i numeri: oggi abbiamo il 32% delle camere nel segmento lusso, e producono il 50% della marginalità.

Dunque Starhotels vuol diventare un gruppo del lusso?

Ci vogliamo posizionare nel segmento del lusso confortevole, quello che ti fa sentire a casa, ha un prezzo accessibile e si trova nelle migliori location.

Puntando sull’italianità?

Ci ispiriamo ai valori italiani, anche se non abbiamo un format che replichiamo in ogni albergo: ciascuno ha una personalità legata al territorio, alla storia e alla location, e deve poter avere un approccio alla qualità quasi artigianale. Al nuovo Helvetia&Bristol, per esempio, abbiamo creato un tinello, uno spazio conviviale che ospita appuntamenti enogastronomici nei diversi momenti della giornata: questo vuol dire essere italiani, è un processo creativo.

Un processo in cui conta anche la ristorazione?

Mio padre, all’inizio degli anni Ottanta, inventò la formula oggi molto diffusa, quella dell’affidamento della ristorazione a una società esterna. Lo fece guardando i conti del food&beverage, e all’epoca fu molto criticato. Fino a pochi anni fa abbiamo continuato su quella strada. Nel 2016 abbiamo creato la società Starfood, al 100% Starhotels, che gestisce la ristorazione al RosaGrand a Milano e ora all’Helvetia&Bristol a Firenze. Diamo grande attenzione al comparto, ma non faremo gestione diretta ovunque, siamo soddisfatti della collaborazione con i nostri gestori.

Dopo i 15 milioni spesi per
ristrutturare l’Helvetia&Bristol, quali saranno i prossimi investimenti?

Nei prossimi tre anni investiremo circa cinque milioni nella ristrutturazione dell’hotel Castille di Parigi, una ventina di milioni di dollari nella ristrutturazione totale del Michelangelo di New York, 10-12 milioni nell’Hotel d’Inghilterra di Roma. E stiamo investendo anche negli Starhotels ‘Premium': il gruppo non si ferma.

Conferma la volontà di espansione al Sud?

Sì, ci interessano Puglia, Sicilia e Capri. Ma non abbiamo ancora trovato l’albergo adatto.

Come va l'indebitamento del gruppo?

La posizione finanziaria netta è migliorata ancora negli ultimi otto mesi, passando da -275 milioni di fine 2018 a -254 milioni di fine agosto. Il covenant è a 380 milioni, quindi abbiamo buoni margini per operare.

Lei possiede il 55% della società ma suo fratello Francis, socio di minoranza, ha avviato una battaglia legale per contestare gestione e risultati. Arriverete a un accordo?

Nella vita di un’azienda ci sono momenti difficili e il passaggio generazionale è uno di questi. Spero in una soluzione pacifica, soddisfacente per tutti. Questa vicenda non sta influendo nella gestione del gruppo, che ha sempre guardato alla solidità e al futuro. I risultati del 2018 lo dimostrano.

Il 2019 come sta andando?

Nei primi otto mesi i ricavi crescono del 4% rispetto all’anno scorso, in linea con il budget. Il mercato non è brillante, molto business arriva last minute.

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