Musei e Biennali

Startup scandinave tra arte e VR

di — S.A.B.


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2' di lettura

Lasciare un posto da direttore di museo di fama internazionale per dirigere una startup votata alla produzione di opere d’arte contemporanea in realtà virtuale. Potrebbe suonare azzardato, eppure è quello che ha fatto Daniel Birnbaum, noto curatore svedese con alle spalle numerose esperienze di prestigio tra cui la Biennale di Venezia del 2009, fino all’anno scorso direttore del Moderna Museet di Stoccolma e ora direttore artistico di Acute Art, giovane compagnia dell’imprenditore e collezionista Jacob De Geer. «Da sempre gli artisti sono interessati alle nuove possibilità visive – spiega Birnbaum – la realtà virtuale ci introduce a sensazioni completamente nuove, è travolgente. Non ho dubbi che nei prossimi decenni cambierà non solo l’arte ma anche la comunicazione in generale». La compagnia ha già prodotto opere di Nathalie Djurberg e Hans Berg, Olafur Eliasson, Christo & Jeanne-Claude, Mark Leckey e all’ultima edizione di Frieze a New York ha curato una sezione dedicata con lavori di Anish Kapoor, Rachel Rossin e Koo Jeong A. «Il mercato è ancora limitato – prosegue Birnbaum –, ma crescerà».

Qual è il modello di business? «Per il momento non è univoco – risponde Birnbaum, – la società è finanziata privatamente e può sperimentare. Certo in futuro aspiriamo a raggiungere la sostenibilità, ma per ora abbiamo deciso insieme agli artisti, che detengono i diritti dell’opera, di non vendere le edizioni. Forse in futuro, quando la realtà virtuale si sarà affermata e tutti l’avranno in casa (oggi si parte da circa 300 euro per un visore standalone, senza il pc, a circa 2.000 euro per il visore connesso al pc, che dà una qualità più elevata; il visore in cartone, un gadget da 10 euro che si appoggia allo smartphone, ha una qualità molto bassa, ndr), potrà esserci una diffusione maggiore, sul modello di Netflix, secondo cui paghi cinque dollari al mese e hai accesso ad un ampio numero di opere. Il limite ora non è tanto quello economico, quanto i tempi di produzione». Più i tempi si allungano, infatti, più crescono le spese di produzione, che possono andare da 50.000 dollari a un milione.

Nella vicina Danimarca c’è un’altra compagnia dedicata alla creazione di opere d’arte in realtà virtuale e aumentata, Khora Contemporary, fondata da Jens e Masha Faurschou, collezionisti e promotori della Faurschou Foundation con sede a Copenaghen e Pechino, insieme a Simon Lajboschitz e Peter Fisher, cofondatori della società di realtà virtuale che opera in vari ambiti Khora VR, e Sandra Nedvetskaia, ex-Christie’s. Finora la compagnia ha prodotto sette opere di sei artisti tra cui Paul McCarthy, Christian Lemmerz, Yu Hong e Tony Oursler. «Il nostro business model è tradizionale nel senso che le opere sono vendute come edizioni – dichiara la direttrice artistica Allegra Shorto, – concordiamo il prezzo con l’artista e la galleria sulla base del mercato dell’artista e tenendo conto dei costi di produzione. Crediamo che il valore di un’opera in realtà virtuale sia al pari di opere realizzate con altri mezzi. Si può andare da 10.000 a 100.000 dollari. È una prospettiva eccitante, gli artisti che ci lavorano sono dei pionieri, possono sfidare l’approccio tradizionale e avvicinare nuovi pubblici all’arte».

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