AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùpubblico impiego

Statali, i soldi per i contratti ci sono ma due ostacoli pesano sul rinnovo

Aumenti medi intorno al 3,7% ma la trattativa non è in discesa: i sindacati hanno in corso una mobilitazione che non intendono fermare

di Gianni Trovati

Record di concorsi nel pubblico impiego: tutte le assunzioni in arrivo

2' di lettura

I dati sui costi a regime che saranno prodotti dai contratti 2019/2021 nel pubblico impiego confermano che i fondi messi a bilancio dalle ultime due manovre contengono un premio rispetto all’indice di inflazione (Ipca) a cui andrebbe parametrata la dinamica delle buste paga pubbliche. Perché l’Ipca del triennio si ferma al 3%, mentre il rinnovo promette aumenti medi intorno al 3,7 per cento.

Un quadro del genere, dopo il 3,4% di incremento medio appena realizzato con i contratti 2016/18, dovrebbe prospettare una trattativa in discesa. Ma non è così. I sindacati hanno in corso una mobilitazione che non intendono fermare, la ministra della Pa Fabiana Dadone moltiplica gli inviti al dialogo in vista del primo incontro in programma mercoledì 19, e le posizioni rimangono distanti. Come mai?

Una cifra traduce le richieste sindacali: 1,5 miliardi di euro. Sarebbero i soldi da aggiungere per permettere alle buste paga pubbliche di recuperare le distanze con i privati accumulate nel decennio di blocco contrattuale. Ma i numeri agitati dai sindacati sono la classica posizione negoziale per guadagnare terreno all’inizio di una trattativa. I problemi veri sono altri: due, in particolare.

Il calendario
I 6 miliardi calcolati dall’Aran sono appunto quelli “a regime”, in un quadro che nella classica progressione imposta da una finanza pubblica non proprio allegra arriva a compimento nel 2021. Solo l’anno prossimo, insomma, tutti i fondi saranno davvero disponibili, anche grazie allo sforzo (obbligatorio) che regioni, enti locali, sanità e università dovranno compiere per trovare poco meno di tre miliardi nei propri bilanci.

È una situazione tutt’altro che inedita, ovviamente, ma finisce per consolidare un quadro in cui i contratti si rinnovano, quando va bene, alla fine del triennio di riferimento, traducendosi in un risanamento dell’arretrato che prelude a un’immediata ripresa del confronto sul nuovo triennio.

L’eredità
Non è proprio il massimo. Soprattutto perché dieci anni di blocco salariale accompagnato da riforme più o meno accusatorie (i “furbetti del cartellino”) e soprattutto inattuate lasciano un’eredità non facile da gestire. E aumentano inevitabilmente la pressione sindacale sul terreno economico ma anche su quello normativo.

Il peso dell’eredità che non passa è dimostrato bene dalla storia infinita del cosiddetto anticipo del Tfr. Previsto dalla manovra di un anno e mezzo fa, il meccanismo che permetterebbe di riconoscere subito una fetta di liquidazione ai dipendenti pubblici dribblando la lunga rateizzazione imposta qualche anno fa resta inattuato in un lungo balletto tra Funzione pubblica e consiglio di Stato sul regolamento. Secondo i proponenti, la mossa avrebbe dovuto spingere il Pil 2019 con una botta ai consumi interni prodotta da sei miliardi di buonuscita immediata per chi lascia l’ufficio pubblico. Il 2019 è finito, il 2020 è iniziato. E il Tfr è ancora bloccato.

Per approfondire:
Licenziamenti, impennata nella pubblica amministrazione: +35% nel 2019
Pubblico impiego, record di concorsi: dall'Aci all'Inps, ecco le assunzioni in arrivo

Riproduzione riservata ©
Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...