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Stati sovrani per creare un’Europa sovrana

di Sergio Fabbrini

(Ansa/Ap)

5' di lettura

L’allineamento dei pianeti aggiunge quasi nulla alla forza gravitazionale della luna e del sole. Anche se quell’allineamento avviene raramente (l’ultimo è avvenuto nel 1982, il prossimo avverrà nel 2357), la sua mancanza non ha influenze sul movimento delle maree. Così invece non è nella Unione europea (Ue). Senza un allineamento della politica nazionale dei principali Paesi (Germania e Francia in particolare), è assai difficile che la marea dell’integrazione continentale possa alzarsi. Ma l’allineamento della politica di quei Paesi è ancora più raro che l’allineamento dei pianeti. Con la conseguenza che l’integrazione avanza a fatica. È possibile uscire dalla trappola degli allineamenti mancati?

Intanto vediamo cosa è successo, cominciando dalla Germania. Considerata a lungo un modello di continuità politica, con le elezioni di domenica scorsa la Germania è entrata in una fase di discontinuità politica. Quelle elezioni hanno registrato il successo sorprendente del partito nazionalista, Alternative für Deutschland (AfD), che ha ottenuto il 12,6% del voto nazionale. Se si considera anche l’affermazione della lista di sinistra radicale e anti-europeista Die Linke, che ha ottenuto il 9,2 % , si può dire che il nazionalismo ha messo i piedi nel piatto della politica tedesca, incrinando la coesione europeista delle sue élite politiche. Quelle elezioni ci dicono, infatti, che il nazionalismo tedesco ha delle basi strutturali e non contingenti. Innanzitutto sul piano territoriale. L’AfD è risultata particolarmente forte nei Laender orientali, quelli che costituivano la vecchia Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische Republik o Ddr). In Sassonia ha superato i Cristiano-democratici della Cdu, diventando il primo partito (con il 27%) ed è divenuta il secondo partito in Sassonia-Anhalt (19,6%), Meclemburgo-Pomerania (18,6%), Brandeburgo (20,2%) e Turingia (22,7%). Se si considera che in queste regioni-stato orientali anche la Die Linke ha ottenuto risultati rilevanti, allora si arriva alla conclusione che quasi la metà dei cittadini della Germania orientale ha un orientamento nazionalista e anti-europeista. A quasi trent’anni dall’ unificazione (ottobre 1990), la cultura politica della Germania orientale continua ad essere più simile a quella dell’Ungheria o della Polonia che a quella della Germania occidentale.

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Ma il nazionalismo tedesco è alimentato anche da ragioni politiche. La governance dell’Eurozona, basata sulla fusione tra centralizzazione amministrativa a Bruxelles e ridimensionamento delle scelte politiche a Berlino (come nelle altre capitali nazionali), ha finito per favorire la mobilitazione nazionalista. Se a Bruxelles la gestione dell’Eurozona consiste nella creazione ossessiva di regole da far rispettare a livello nazionale e se a livello nazionale quelle regole obbligano i maggiori partiti ad assumere una comune posizione politica, allora è inevitabile che la critica a quel sistema di governance venga fatta propria da forze nazionaliste e anti-europeiste. Così, anche in Germania, la frattura tra europeisti e nazionalisti si sta istituzionalizzando, rendendo la politica di quel Paese necessariamente imprevedibile.

Passiamo ora alla Francia. Mentre la Germania post-elettorale sta scivolando verso l’introversione, la Francia uscita dalle elezioni di qualche mese è il trionfo dell’estroversione. Martedì scorso il presidente Macron ha tenuto un discorso formidabile come sanno fare solamente i grandi leader di Paesi che vogliono essere a loro volta grandi. In quel discorso, Macron ha preso le distanze dall’europeismo attendista secondo il quale “non è mai maturo” il tempo per discutere le finalità del processo di integrazione. Quando il sogno europeo diventa una routine burocratica, ha detto il leader francese, allora non ci si può stupire che siano i nazionalisti a definire l’agenda del dibattito politico. Macron è il primo leader politico, da almeno una generazione, che sfida la cultura del galleggiamento. Una cultura fatta propria non solo dal suo predecessore, ma anche da buona parte delle élite politiche nazionali (tra cui quelle che hanno governato finora la Germania). Per Macron «la rifondazione di un’Europa sovrana, unita e democratica» non può avvenire per un miracolo della storia. Essa richiede obiettivi precisi e coraggio politico. Per il presidente francese, occorre che gli stati nazionali trasferiscano alla sovranità europea i loro poteri su politiche come la sicurezza, l’innovazione, la fiscalità, l’economia. Così, se prima dell’estate scorsa l’Europa stava con il fiato sospeso di fronte all’ascesa di Marine Le Pen in Francia, aggrappandosi alla Germania di Angela Merkel per difendere il progetto integrativo, con l’elezione di Macron la Francia è uscita dal suo incubo nazionalista, incubo che a sua volta si è trasferito dall’altra parte del Reno. Sono questi processi nazionali contraddittori che tengono prigioniera l’integrazione europea. Come uscirne?

Per molti la soluzione è nel discorso di Macron, là dove viene sostenuta la necessità di avviarsi verso la costruzione di un’Europa dotata di una sua piena sovranità (e quindi in grado di liberarci dal dilemma degli allineamenti mancati a livello nazionale). Per Macron la sovranità europea coincide con il superamento delle sovranità nazionali. Anche se non l’ha detto esplicitamente, per Macron, in coerenza con la tradizione giacobina del suo Paese, la sovranità europea costituisce sviluppo storico di una statualità che ha le sue radici negli stati nazionali. Per quella tradizione, la statualità continua ad essere l’epitome della modernità politica, l’inevitabile contenitore della sovranità. Così ai sovranisti nazionalisti, Macron oppone un sovranismo europeista. Se Le Pen vuole ritornare indietro verso una piena sovranità nazionale, Macron vuole andare avanti verso una piena una sovranità europea. Il conflitto tra nazionalisti ed europeisti ha di nuovo la forma di uno scontro tra sovranità diverse ma entrambe indivisibili, anche se per i primi la sovranità può stare solamente nello stato nazionale mentre per i secondi essa deve trasferirsi in uno stato sovranazionale. Al di là delle sue intenzioni, la visione giacobina di un’Europa sovrana è destinata ad alimentare i sovranismi nazionali, piuttosto che a superarli. Gli stati nazionali non si superano con un atto volontaristico. Essi debbono essere addomesticati, ma è irrealistico pensare di cancellarli. L’Europa unita non potrà mai essere uno stato nazionale in grande. Essa potrà essere costruita solamente sulla ricomposizione degli stati nazionali all’interno di un’unione di stati (e non già di uno stato più grande). Un’unione connotata da una sovranità divisa. Non si tratta di trasferire la sovranità da Parigi o Roma a Bruxelles, ma di creare un’unione politica in cui gli stati e il centro federale sono rispettivamente sovrani in materie (o politiche) di loro competenza. La sovranità non è una proprietà indivisibile dell’autorità. L’Europa unita potrà essere solamente un’unione sovrana di stati sovrani. Un paradosso politico che richiede una separazione verticale e orizzontale dei poteri per essere governato. È lo stesso paradosso che affrontò James Madison più di due secoli fa (con la sua repubblica di molte repubbliche) o Jacques Delors due secoli dopo (con la sua federazione di stati nazionali).

Se la politica europea e la politica degli stati nazionali sono tenute separate, allora il disallineamento delle seconde non avrà effetti sulla prima. Se non vogliamo che il disallineamento delle politiche nazionali continui a produrre un esito paralizzante sull’Ue e il suo futuro, occorre dunque cambiare la governance di quest’ultima. L’allineamento della politica degli stati nazionali (Francia e Germania in particolare) è raro quanto lo è quello tra i pianeti. Tuttavia, se il sistema solare può aspettare, non può dirsi lo stesso per il sistema europeo.
sfabbrini@luiss.it

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