LO SCRIVE IL NEW YORK TIMES

Stati Uniti e talebani raggiungono bozza di un accordo di pace

Afghanistan, attacco a base militare: 45 morti

3' di lettura

Diplomatici Usa e rappresentanti talebani hanno raggiunto «in via di principio» le linee guida di un accordo di pace, dopo una maratona negoziale durata almeno sei giorni. L’intesa prevede che i ribelli impediscano l’utilizzo del territorio afghano da parte di cellule di terroristi, e potrebbe condurre a un ritiro delle truppe americane in cambio di un negoziato fra i talebani e il governo di Kabul. Lo scrive il New York Times, citando il capo-negoziatore americano impegnato nelle trattative. «Abbiamo una bozza del framework (quadro generale, ndr) che è stato sviluppato prima di arrivare all’accordo», ha dichiarato al New York Times Zalmay Khalilzad, il delegato inviato dagli Usa per gestire le trattative. «Con nostra soddisfazione -ha aggiunto Khalilzad - i talebani si sono impegnati a fare tutto il necessario per impedire che l’Afghanistan diventi una piattaforma di gruppi terroristici». Dopo nove anni di dialogo, la bozza di accordo viene definita dai media stranieri come il «passo in avanti più tangibile» di un conflitto che procede da due decenni.

Afghanistan, attacco a base militare: 45 morti

La prudenza del presidente Ghani
Un ufficiale statunitense ha riferito al New York Times che le trattative sono ancora in corso, visto che la delegazione talebana ha chiesto di poter discutere con i leader sui dettagli dell’accordo. I diplomatici Usa hanno precisato che i singoli dettagli devono essere considerati come elementi «interconnessi» in un pacchetto unico. Il presidente del Paese, Ashraf Ghani, è stato informato sulle trattative, ma si è detto preoccupato dai rischi di una pace «affrettata». In un discorso alla nazione, Ghani ha ricordato il flop di alcuni tentativi di pacificazione precedenti. Uno dei casi più tragici, e noti, risale ai tempi dell’invasione sovietica. Da parte loro, i talebani hanno manifestato la propria considerazione per le trattative nominando come capo-negoziatore uno dei leader storici del movimento, Mullah Abdul Ghani Baradar. Baradar non ha ancora preso parte ai negoziati svolti finora, ma dovrebbe ricoprire un ruolo centrale in un nuovo round atteso per la fine di febbraio. Sul tavolo ci dovrebbe essere proprio il nodo più ostico dell’accordo, il ritiro delle truppe Usa in cambio dell’avvio di un dialogo fra talebani e governo afghano e un accordo di cessate il fuoco.

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Il ministero della Difesa: entro un anno ritiro del contingente italiano
L’amministrazione Trump aveva annunciato, a fine dicembre, la volontà di dimezzare la presenza di truppe americane nel Paese, da circa 14mila a 7mila. Oggi il ministero della Difesa italiano ha fatto sapere che il ministro Trenta ha dato disposizioni di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan in un orizzonte temporale di 12 mesi.
Una riduzione era già prevista, ma finora non si era mai parlato di una completa chiusura della storica missione in Afghanistan, dove i militari italiani sono presenti dal 2003. L’annuncio dell’amministrazione Usa a fine dicembre, di voler dimezzare la presenza di truppe americane nel Paese ha quindi avuto ripercussioni sui piani italiani di riconfigurazione del contingente ad Herat, oggi composto da circa 800 militari, anche se fonti della Lega sottolineano che «al momento nessuna decisione è stata presa ma solo una valutazione da parte del ministro per competenza».

Per la missione Nato in Afghanistan, il Parlamento ha autorizzato, per i primi 9 mesi del 2019, un impiego massimo di 900 militari, 148 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei, in gran parte dislocati ad Herat presso il Taac-W, vale a dire il contingente multinazionale, a guida italiana, che si occupa dell'addestramento, dell'assistenza e della consulenza delle forze di sicurezza locali.
L'area di responsabilità italiana è un'ampia regione dell'Afghanistan occidentale, grande quanto il Nord Italia che comprende le quattro province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah.

Da tempo si parla di una contrazione del contingente in Afghanistan e di un dimezzamento di quello in Iraq, con l'annunciata chiusura nel primo trimestre di quest'anno della task force Praesidium, vale a dire i 470 militari a protezione della diga di Mosul. Tutto questo a fronte di un maggior impegno in Africa, specie con riferimento al controllo dei flussi migratori. In questo contesto va inquadrata la missione in Niger, la riconfigurazione di quelle in Libia e il previsto invio di un contingente in Tunisia nell’ambito di una operazione della Nato.




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