ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùMont Fallère

Statue in cemento e legno, il trekking per il rifugio è artistico

di Raoul de Forcade

L’artista Siro Viérin ha vinto numerosi premi dal 1983 al 2014 e ha esposto a collettive e mostre personali. Nelle foto alcune sculture sul sentiero per il rifugio Fallère

3' di lettura

«Fin da bambino ho avuto la passione». Con una frase netta e veloce, come il suo modo di scolpire il legno e di forgiare il cemento in forma d’animale o di figura umana, Siro Viérin descrive l’impulso che l’ha portato a diventare uno scultore, pur essendo nato in una famiglia di allevatori di bovini. Una passione, appunto; che però non l’ha distolto dal seguire, più avanti nel tempo, anche una vocazione imprenditoriale. Questa l’ha spinto a farsi gestore di un rifugio alpino in Val d’Aosta, quello del Monte Fallère, a 2.385 metri d’altitudine, che però è diventato, a sua volta, un’opera d’arte. Un po’ perché Siro, con la sua famiglia, l’ha realizzato dalle fondamenta al tetto, costruendo perfino i letti e le scale per salire in quelli a castello; un po’ perché l’intero tragitto per arrivare al rifugio è costellato da sculture e statue create dall’artista.

Siro Viérin. Artista e gestore di rifugio

«Ce ne sono 350 tra tutte - afferma Viérin - ma il prossimo anno saranno già più di 400». Un museo a cielo aperto che gli escursionisti, mentre marciano verso il rifugio non possono fare a meno di ammirare. Lungo il sentiero, dietro i sassi, tra i rami, scoprono lepri, gufi, marmotte, picchi, galli cedroni e gnomi del bosco. E man mano che si sale le sculture diventano più grandi: volpi, cani, pecore, camosci, perfino orsi e leoni; e poi figure umane a grandezza naturale: pastori con gregge o armenti, viandanti seduti a riposare o intenti a fotografare, ragazzi e ragazze, impegnati a suonare o a fare sberleffi, e una statua in legno di Jean-Baptiste Cerlogne (1826-1910), sacerdote e poeta, estensore del primo dizionario in patois. E addirittura una legione di soldati romani, a piedi e a cavallo, impegnata in uno scontro con i barbari.

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Nato ad Aosta nel 1959, Viérin, sin da piccolo si appassiona alla scultura. «All’inizio - racconta - facevo mascherine e barchette con la corteccia. Da quando avevo 7-8 anni a quando ne ho compiuti 13 ho lavorato solo con un coltellino Opinel. In famiglia non avevo nessuno che potesse insegnarmi. Portavo miei piccoli strumenti in un sacco, quando andavamo con le mucche all’alpeggio. Cercavo lì materiale da scolpire e facevo cose limitate. Poi ho cominciato a usare gli scalpelli: con l’auto e con amici andavo a Bardonecchia e Livigno e ammiravo il lavoro di altri scultori. E dopo il servizio militare ho cominciato a fare questo mestiere a tempo pieno». Viérin fa un breve corso di scultura alla Scuola di agricoltura di Aosta e studia poi tre anni al fianco di Rolando Robino.

«A 21 anni - dice - ho iniziato a fare il professionista e vendevo davvero tanto. Mi ha aiutato anche il fatto di essere molto veloce e di andare di getto. Certo, su ogni cosa che crei ti devi documentare; ma gli animali, ad esempio, sono dentro di me. Negli anni ’80 ho avuto molto successo in Valle, ricavando personaggi e scene agresti da tronchi di noce: il pastore con le mucche, un mulo col carro ma anche personaggi moderni un po’ stilizzati».

Nel 2005 arriva l’idea da imprenditore: realizzare un rifugio nell’alpeggio di Paletta Les Crottes (nel comune di Saint-Pierre). «Il permesso per costruire - chiarisce Viérin - mi è arrivato nel 2007, con la mia famiglia e pochi operai abbiamo iniziato a costruire. Nell’estate 2012 il rifugio era terminato e, con mio figlio Francois, che oggi ha 35 anni e gestisce con me, abbiamo aperto ai primi di agosto. Quando i turisti a venire erano ancora pochi scolpivo lì in quota i tronchi di legno che avevo portato con l’idea di mettere alcune sculture sul sentiero. Ma non avrei mai pensato di farne così tante. Ora che il rifugio è molto frequentato, scolpisco d’inverno (nella casa-laboratorio di Saint-Oyen, ndr). E siccome ho notato che il legno (castagno, cedro o larice, ndr) delle sculture lasciate all’esterno si spacca, si scolorisce ed è da restaurare al massimo ogni tre anni, da un quadriennio ho iniziato a creare figure in cemento, con una tecnica particolare, che ho inventato da solo e che mi permette di scolpire, con colate e lavoro di cazzuola, dei pezzi unici senza stampi; e con il colore che resta intatto nel tempo. Il prossimo anno avrò una trentina di sculture in più». Ma Viérin sta lavorando anche a un altro progetto: «Sto costruendo, di fronte al rifugio, un spazio museale per le statue in legno che, negli anni, ho tenuto da parte senza vendere. Sapevo già che dovevano finire in un museo».

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