L’ANALISI

Statuto del contribuente, quel cambio culturale che è mancato dopo la Carta

La legge 212/2000 è stata una grande innovazione. Ma anche una grande occasione persa o, almeno, non colta fino in fondo

di Salvatore Padula

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il diritto alla certezza e alla chiarezza delle norme. Il diritto all’informazione, alla conoscenza e alla motivazione degli atti. La tutela della buona fede e la “rimessione nei termini”, attuale in questi giorni, se il mancato adempimento dipende da cause di forza maggiore. L’interpello e le compensazioni. Poi le garanzie su ispezioni, verifiche e accessi.

Il reticolo di tutele disegnate dallo Statuto dei diritti del contribuente rappresenta una conquista di grande importanza. E, a vent’anni dalla sua entrata in vigore, la Carta continua a rappresentare un manifesto di straordinaria attualità. Trasparenza, certezza, semplificazione: non è un caso che questi principi siano oggi considerati i pilastri di una (incerta) riforma del sistema fiscale.

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Un bel riconoscimento, per lo Statuto. Un riconoscimento che ne celebra la lungimiranza. Ma che, forse, indirettamente, diventa anche l’ammissione che non tutto è andato nel modo giusto e che molto deve ancora essere fatto per un fisco «improntato a principi di democraticità e trasparenza».

Lo Statuto è stato una grande innovazione. Ma anche una grande occasione persa o, almeno, non colta fino in fondo. Se fosse stato meno bistrattato dal legislatore e dall’amministrazione, che lo hanno (spesso) ignorato, oggi avremmo un sistema sicuramente migliore.

Che cosa non abbia funzionato è molto dibattuto. Forse è mancata la capacità di metabolizzare quel cambiamento culturale che la legge 212/2000 imponeva (e impone). Lo Statuto – che pure ha conquistato sul campo molte medaglie al merito, specie grazie al sostegno dei giudici della Cassazione – non è riuscito a cambiare il modus operandi del legislatore, Parlamento e governo (decreti legge e delegati). Né ha cambiato davvero l’approccio dell’amministrazione – almeno non a tutti i livelli, con le sedi territoriali ferme a modelli di un passato molto lontano (ancora oggi ottenere l’annullamento di un atto per autotutela rischia di essere un calvario) - con il risultato che si sono fatti passi avanti, ma meno di quanto sarebbe stato necessario per riportare il rapporto tra fisco e cittadini a condizioni di effettiva parità.

Chi fa le leggi non ha mai resistito alla comoda tentazione di una legislazione fiscale che è la negazione assoluta di ogni principio dello Statuto (talvolta anche del solo buonsenso). Una legislazione dal fiato corto, sempre pensata – anzi improvvisata – per recuperare risorse, nuove entrate, calpestando i diritti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un ginepraio di centinaia, forse migliaia di leggi fiscali spesso incomprensibili, modificate un’infinità di volte. Al punto che nessuno sa più tenerne il conto. Con una confusione e un’incertezza che, per dare un’idea, ritroviamo pari pari in questa disordinata fase di iper produzione legislativa, legata all’emergenza sanitaria. Con la differenza che per la legislazione fiscale questo caos dura da cinquant’anni!

Norme retroattive, deroghe esplicite e implicite, adempimenti introdotti senza congrue fasi preparatorie: è la “nuova normalità”, con ministri e onorevoli per niente affranti dal disagio che ciò determina in milioni di cittadini/contribuenti. Salvo poi pontificare sulla necessità di certezza del diritto e semplificazioni fiscali.

La violazione di alcune norme dello Statuto è diventata nel tempo un fatto acquisito, ordinario. E ci si stupisce quando la Carta viene rispettata, non il contrario. In alcuni provvedimenti dell’amministrazione si enfatizza persino che determinate scelte, favorevoli ai contribuenti, siano fatte «nel rispetto dallo Statuto dei diritti del contribuente». Ovvero: ci si vanta di aver osservato una legge dello Stato (!). Il che rilancia l’idea che molta strada va ancora fatta e che lo Statuto e i suoi principi servano oggi più di vent’anni fa.

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