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Stereotipi al bando: la prevenzione parte dai banchi di scuola

Dalla materna in avanti non è previsto per gli insegnanti nei percorsi universitari un corso obbligatorio di pedagogia di genere

di Manuela Perrone

4' di lettura

Ferrara, istituto di istruzione superiore Copernico-Carpeggiani: dal 2019 più di 1.800 ragazze e ragazzi studiano «educazione civica-contrasto alla violenza di genere», un insegnamento che per metà si occupa di parità e rispetto. Molfetta, licei Einstein-Da Vinci: da dieci anni è attivo un percorso di sensibilizzazione che culmina il 25 novembre con una performance degli studenti in città. Milano, istituto comprensivo Riccardo Massa: dopo 24 mesi di sperimentazione, è online il sito Be.St Beyond Stereotypes per offrire al personale delle scuole primarie un modello di intervento sistemico anti-stereotipi.

Progetti educativi nelle scuole

Da Nord a Sud, sono tanti e diversi i progetti e i percorsi educativi contro la violenza sulle donne promossi da istituzioni e associazioni. Con un unico filo conduttore: la consapevolezza che la violenza non è un fenomeno ineluttabile, ma il prodotto di pregiudizi e condizionamenti duri a morire che perpetuano gli squilibri di potere tra donne e uomini. «Prevenire è fermare la violenza prima che cominci, illuminandone le cause», sintetizza Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea Onlus. «Per questo le politiche per parità e uguaglianza sono il cuore della sfida». Per dirla con le parole di Chiara Di Cristofaro e Simona Rossitto, autrici del libro “Ho detto no”, «se è la cultura che deve cambiare, è con la cultura che si deve agire».

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Educare per prevenire

L’educazione è indicata in tutti i documenti ufficiali come strumento essenziale per la prevenzione della violenza. Lo fa la Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia nel 2013. Lo specificano la legge 107/2015 e le relative linee guida: l’articolo 16 prevede che «il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni».

Lo ribadiscono il Piano nazionale contro la violenza di genere 2021-2023 e la Strategia per la parità 2021-2026. «L’Italia non è all'anno zero», conferma Irene Biemmi, docente di pedagogia di genere all’Università di Firenze. «Dal 2018 in poi, ad esempio, c’è stata una fortissima accelerazione sui libri scolastici senza stereotipi. Io sono stata coinvolta da Rizzoli Education per il progetto “Obiettivo Parità!”, ancora in corso: abbiamo revisionato e integrato tutti i testi Fabbri-Erickson per la scuola primaria. Circa 420mila libri hanno ottenuto il “bollino”. Un’impresa strutturata per la parità di genere, che ha dato il “la” a molti altri editori».

Il tasto dolente, per Biemmi, è un altro: «La formazione di maestre, maestri e insegnanti: dalla materna in avanti, non è previsto nei percorsi universitari un corso obbligatorio di pedagogia di genere. Né si integra successivamente con la formazione in servizio. Il risultato è che tutto è lasciato all’iniziativa e alla sensibilità del singolo docente».

Rompere gli stereotipi

Ma le gabbie di genere sono resistenti e rassicuranti. Per spezzarle bisogna volerlo. Lo sanno bene Paola De Nigris e Monica Pasquino, rispettivamente presidente dell’associazione Scosse e della rete informale “Educare alle differenze”, che raccoglie oltre 250 realtà associative (tra cui Maschile Plurale, network di uomini impegnati dal 2007 contro il sessismo). Nel 2012 Scosse ha lanciato il progetto “Leggere senza stereotipi”, che ha portato a una selezione bibliografica per l'infanzia libera da stereotipi.

Proprio la lettura è al centro di “LibriLiberaTutt*”, l’ultima iniziativa dell’associazione in corso a Colleferro (Roma) e cofinanziata dalla Regione Lazio: intorno ai libri acquisiti dalla biblioteca comunale si snoda un itinerario di laboratori nelle scuole superiori e di tavoli aperti alla cittadinanza. «Perché le scuole sono un tassello fondamentale – dice De Nigris – ma il lavoro con le ragazze e i ragazzi va condiviso e allargato, coinvolgendo le comunità». E le famiglie: oggi “Educare alle differenze” diffonderà un «decalogo per genitori alla ricerca di una scuola che sappia fare la differenza».

Come i libri, anche il teatro è un moltiplicatore formidabile. «Funziona perché solleva domande e ci mette davanti la realtà», spiega la regista Giulia Corradi, vicepresidente di M.A.S.C., movimento artistico socioculturale che ha fondato nel 2017 con Silvia Vallerani. «In Sicilia, dopo aver visto lo spettacolo che ho scritto e diretto, “Cambiamo camicia”, tre ragazze si sono rivolte allo sportello psicologico, perché si sono riconosciute e hanno capito che ciò che vivevano in famiglia non era giusto».

I casi italiani

Cento iniziative come cento fiori. Anche se alla fine, davanti ai numeri drammatici della cronaca, resta la sensazione che non sia ancora abbastanza. Torniamo al Copernico-Carpeggiani di Ferrara. Come si è arrivati al progetto? Da un’iniziativa artistica estemporanea: la canzone contro il femminicidio “Non è normale che sia normale” realizzata nell’ambito del progetto scolastico The New Poets promosso da Marco Toscano, docente di italiano. Che spiega: «Andare oltre è stato il frutto della lungimiranza dell’ex dirigente scolastico Roberto Giovannetti, dell’attuale dirigente, Francesco Borciani, e del collegio docenti. Spero che altre scuole seguano il nostro esempio. La violenza è un’emergenza anche educativa. Dobbiamo fare la nostra parte per regalare alle nuove generazioni un pensiero diverso».

Come avviene al Massa di Milano da nove anni, grazie alla dirigente Milena Piscozzo, convinta che «bisogna superare la logica del progetto»: nell’istituto che dirige, «la creazione di una cultura del rispetto e dell’inclusione è al centro di tutte le discipline, è un metodo educativo e di vita dai 6 ai 14 anni». Non solo Be.St, dunque, ma un lavoro cooperativo a 360 gradi, basato anche sulla collaborazione con altre realtà del territorio. «Abbiamo appena ideato un percorso di 40 panchine tra noi e il Centro diurno disabili di via Appennini. La prima è rossa ed è intitolata a Lea Garofalo. Le altre 39 sono dedicate ad altre vittime di mafia e di soprusi. Per combattere tutte le discriminazioni dobbiamo innovare le metodologie, insegnare a vedere l’altro come risorsa».

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