intervista

Stern: «Orologi Patek Philippe molto corteggiati: ma non cediamo»

di Giulia Crivelli

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3' di lettura

«Potremmo aumentare il numero di orologi creati ogni anno, dando magari priorità al mercato americano, da sempre strategico. Potremmo aprire negozi a insegna Patek Philippe e puntare sull’e-commerce. Potremmo vendere e illuderci di essere ancora più felici. Ma non faremo alcuna di queste cose: progettare, creare, riparare, custodire orologi è la nostra passione e non riesco a immaginare una vita più appagante».

Thierry Stern è presidente e proprietario, con la sua famiglia, di Patek Philippe, unica manifattura svizzera di alta orologeria rimasta fieramente indipendente in un mondo dominato dai colossi francesi del lusso Lvmh e Kering e, in particolare per l’orologeria e la gioielleria, dai gruppi svizzeri Richemont e Swatch.

Davvero non ha mai pensato di cedere, almeno in parte, il controllo?

Ci ho pensato perché sono stato costretto a farlo dalle molte offerte, lusinghiere, che abbiamo ricevuto negli anni. Ma ho la fortuna di aver ereditato non solo un’azienda ma una passione, condivisa con mia moglie Sandrine, che guida la divisione Crèation di Patek Philippe. Certo, lavorare tanto, viaggiando spesso e affrontando ogni giorni nuove sfide è faticoso. A volte vorrei avere più tempo per gli altri miei hobby e soprattutto per i miei figli. Forse non è perfetto, ma sento comunque di aver trovato un equilibrio.

Quanti orologi producete all’anno?

Circa 8mila e preferisco usare il verbo creare o costruire a produrre. Sono di fatto tutti pezzi unici e i controlli qualità sono rigidissimi. Ci prendiamo il tempo necessario, nulla è affidato al caso. Potremmo potenziare il reparto dove lavorano i maestri orologiai o sveltire alcuni processi. Ma snatureremmo i nostri orologi e in un certo senso sentirei di tradire la fiducia dei clienti. Non è un caso che il nostro claim di maggior successo sia “un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda”.

Un esempio di “lentezza” della nascita di un orologio?

Prendiamo la “ripetizione minuti”, un tipo particolare di complicazione per orologi meccanici in cui siamo leader e che consente di suonare il tempo a richiesta, attivando un pulsante o un cursore. Assemblare una ripetizione minuti richiede all’orologiaio da 200 a 300 ore di lavoro ed è possibile solo dopo decenni di esperienza. Controllo personalmente ogni complicazione alla fine del processo di lavorazione. Per la mostra Art Watches che abbiamo allestito a New York è nato, tra gli altri, l’esclusivo Ladies Minute Repeater: garantiamo la resistenza alla polvere e all’umidità, ma non deve essere immerso nell’acqua. Tecnicamente, avremmo potuto renderlo completamente impermeabile, però il suono sarebbe stato meno puro.

Perché avete scelto New York per la Grand exhibition?

Nel 2001 abbiamo inaugurato a Ginevra il museo Patek Philippe, che copre non solo i 178 anni della nostra manifattura, bensì cinque secoli di storia dell’orologeria. In meno di vent’anni è diventato una meta turistica per appassionati, collezionisti, curiosi di tutto il mondo. Pensiamo che sia giusto portare anche a un pubblico extra europeo questo incredibile patrimonio. Gli Stati Uniti sono un mercato importante: assorbono da solo il 15% delle vendite. Ma c’è anche un forte legame affettivo con New York: era il 1946 quando mio nonno fondò la Henri Stern Watch Agency nel Rockefeller Center, che da allora gestisce il mercato Usa. Nel 2015 inoltre abbiamo creato il Patek Philippe Institute di New York, per impartire a studenti selezionati una formazione in orologeria.

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