Fotografia

Steve McCurry, l’universo di un documentarista

Al MAAG di Zurigo sono in mostra 140 immagini di grande formato

di Maria Laudiero

3' di lettura

Steve McCurry si definisce un documentarista, dice che in attesa dello scatto perfetto ha imparato ad essere paziente. Ma l'uso che McCurry fa della macchina fotografica è quello di indagare la con-dizione umana e animale come un antropologo e un naturalista.

Quando è stata inventata la mac-china fotografica, all'inizio gli uomini ne avevano paura, credevano che quella scatola “magica” po-tesse intrappolare frammenti della loro anima. Questo per i lavori del fotografo americano, in parte potrebbe essere vero.

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I ritratti che ci restituisce raccontano di dimensioni difficilmente avvicinabili, creature che si concedono al suo sguardo prima di svanire in mondi emblematici, spesso ostili, che probabilmente non trovano più riscontro in un dato momento storico.

MAAG di Zurigo

La mostra The World of Steve McCurry allestita negli spazi del MAAG di Zurigo è una delle più interessanti retrospettive sull'autore; 140 immagini di grande formato di cui trenta inedite che emergono da uno sfondo nero, in grado di rendere ancora più catartica l'esperienza. La mostra propone una ampia sezione sui bambini che anticipa il tema del prossimo volume dell'artista in preparazione.

Come sottolineato dal team che cura l'esposizione, l'installazione progettata dal grande designer italiano Peter Bottazzi appositamente per gli spazi del MAAG, crea dei percorsi che ciascun visitatore può interpretare secondo il proprio sentire. Indispensabile la “narrazione” della curatrice Biba Giacchetti (che per prima portò con la sua agenzia McCurry in Italia), che da sempre ha scelto di esporre le immagini senza una sequenza obbligata, mescolando paesi, e decadi in cui gli scatti sono stati realizzati.

L'allestimento è stato strutturato in modo che venissero rispettati i colori e le atmosfere di ogni foto, avendo cura di sottolineare il dialogo che lega una immagine all'altra. Il light designer Giambattista Buongiorno (che collabora con McCurry da dieci anni) disegna la luce per ogni singolo scatto, secondo quanto concordato con il fotografo.

La voce di McCurry

Uno degli aspetti sicuramente più interessanti della mostra è la voce di McCurry che attraverso l'audioguida accompagna il visita-tore per renderlo partecipe delle sue impressioni, delle intenzioni celate dietro agli scatti; non ci sono filtri, il racconto avviene in prima persona. Ecco svelata allora la fascinazione dei monaci che definisce gatti o maghi intenti negli esercizi shaolin, e la tenerezza verso il cucciolo di elefante incuriosito dal libro del suo addestratore, la suggestione del volto dei bambini sotto la pioggia visti da un taxi durante un passaggio in India, lo sgomento e l'orrore davanti al crollo delle Torri Gemelle. E ancora ci mostra oche, cani, gatti, serpenti, mucche, aquile intenti ad interagire con l’uomo e l’ambiente da lui modificato.

Ci parla di paesaggi lontani attraversati come eterno viandante. Si sofferma sugli occhi dei personaggi incontrati che sembrano indagare chi osserva molto più di quanto non siano di-sposti a raccontare su sé stessi. Fra le opere spicca naturalmente Afghan girl, ritratto del 1984, forse una delle poche immagini che in epoca moderna può essere accostata all'intensità della Monna Li-sa. McCurry ricevette migliaia di lettere da parte di persone che volevano aiutare la giovane profuga, ma di lei non si aveva nessuna traccia. Sharbat Gula questo il suo nome è stata ritrovata nel 2002 nel corso di una spedizione organizzata dal National Geographic a cui lo stesso McCurry ha partecipato. McCurry ci dice che ha acquistato le ultime pellicole Kodachrome 64 della Kodak (sua compagna di oltre 30 anni di carriera) e che ha deciso di onorare l'ultimo rullino con un progetto speciale utilizzato per rappresentare definitivamente la conclusione di un’era, scegliendo soggetti che avessero in qualche maniera simmetrie tematiche con la “fine”. Ha immortalato una tribù nomade in India, destinata a scomparire, che si identificava perfettamente con il rullino che sarebbe stato anche lui l'ultimo della sua specie. Ha voluto fotografare i luoghi a suo avviso più significativi di New York e i personaggi iconici che la popolano, come Robert De Niro che fu subito interessato al progetto.

The World of Steve McCurry, MAAG Music & Arts AG, Zürigo, fino al 24 ottobre


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