londra

Steve McQueen, dalla Tate Modern all’HangarBicocca

La più grande mostra degli ultimi vent'anni, 14 i lavori esposti fino all'11 maggio. Dal prossimo ottobre sarà la volta di Milano

di Francesca Guerisoli

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Steve McQueen, Charlotte (2004), Film still © Steve McQueen. Courtesy the artist, Thomas Dane Gallery and Marian Goodman Gallery

5' di lettura

Alla Tate Modern è in corso la più grande mostra degli ultimi vent'anni dedicata all'artista e premio Oscar Steve McQueen, tra video, cinema, installazioni e un nuovo progetto pubblico. Questa è anche la prima collaborazione ufficiale tra Tate e Pirelli HangarBicocca , che ospiterà una nuova mostra di McQueen il prossimo ottobre.

Era il 2009 quando Steve McQueen (Londra, 1969, Thomas Dane Gallery , Londra – Napoli; Marian Goodman Gallery , New York - Parigi - Londra) rappresentava nel 2015 il Padiglione Gran Bretagna alla 53ª Biennale di Venezia con il film «Giardini», ora tra le sue opere in collezione alla Tate, che forniva un ritratto poetico dei giardini di Venezia desolati, così come appaiono nella stagione in cui non sono in corso le Biennali. Un lavoro che era stato presentato congiuntamente alla Tate e al British Council dall' Art Fund e Outset Contemporary Art Fund nel 2010. Erano gli anni in cui McQueen si affermava anche come regista cinematografico con i lungometraggi «Hunger» (2008), con cui ha vinto il Caméra d'Or al Festival di Cannes, «Shame» (2010), il premio Oscar «12 Years a Slave» (2013) e il più recente «Widows» (2018).

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McQueen mostra il nostro lato nascosto

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I sostenitori della mostra
Autore tra i più rilevanti che lavorano sull'immagine in movimento, la Tate dedica a McQueen la più importante retrospettiva mai realizzata a Londra da quando gli è stato conferito il Turner Prize , nel 1999: 14 sono i lavori in mostra fino all'11 maggio, che spaziano da film, fotografia e scultura, oltre a un lavoro nuovo esposto alla Tate Britain. L'attenzione riservatagli da parte della Tate è tale per cui Steve McQueen è il primo ad occupare entrambe le sedi londinesi del museo, Modern e Britain . Per realizzare il programma espositivo, composto da mostre di riferimento e mostre delle collezioni, aperte al pubblico gratuitamente, che celebrano l'arte del passato e del presente, la Tate fa affidamento all'aiuto di singoli individui, enti pubblici, fondazioni e sostenitori aziendali sia del Regno Unito sia a livello internazionale. In particolare, per la mostra di Steve McQueen, si è avvalsa del sostegno finanziario del Tate International Council, un gruppo di mecenati internazionali di alto livello che forniscono una rete di supporto, individuati dai direttori della Tate e dell'Advisory Board che dirige il gruppo, e dalla Tate Patrons, sostenitori affiliati a diverso livello che in cambio vengono coinvolti in attività ed eventi dedicati. Infine, The Steve McQueen Exhibition Supporters Circle, un gruppo di singoli donatori che hanno fornito sostegno finanziario alla mostra in corso: la sostenitrice di progetti cinematografici Elizabeth Redleaf , il collezionista e art dealer Ivor Braka, la discendente del colosso farmaceutico La Roche Maja Oeri e l'imprenditore britannico fondatore di Oakley Capital Peter Dubens.

Da Exodus a Year 3: la mostra e le opere
La mostra di Steve McQueen alla Tate inizia e termina con la città di Londra: il primo lavoro in mostra è, infatti, «Exodus», realizzato per le strade dell'East London nel 1992/97, mentre l'ultimo è «Year 3», una nuova produzione che presenta un ritratto collettivo di una particolare fascia d'età di studenti londinesi. La volontà di uscire dal museo per interessare anche lo spazio esterno pubblico si manifesta con la scelta di installare separatamente uno dei lavori dell'artista, «Carib's Leap» (2002), che consiste in due film: uno è allestito all'interno della Tate Modern e uno all'esterno, di fronte al museo, che guarda il Tamigi, così da creare un collegamento tra l'isola caraibica Grenada e la vita quotidiana di Londra.
All'interno della Tate Modern, la mostra è sapientemente allestita in una serie di ambienti contigui unificati dal buio, che mette in risalto i lavori di grandi dimensioni – tra cui i toccanti «Ashes» (2002-15) e «7th Nov.» (2001) – e quelli più piccoli – come «Charlotte» (2004) e «Cold Breath» (1999). Sono esposte diverse tra le opere più stimolanti di McQueen, che coinvolgono intimamente l'osservatore e nel complesso restituiscono la sua visione, portandoci all'interno della sua tecnica di rappresentazione, delle sue preoccupazioni relative all'identità, alla storia e alla memoria. “Una volta descritto l'occhio come una ‘ferita aperta' – dicono Frances Morris, direttrice della Tate Modern e Vincente Todolí, direttore artistico di Pirelli HangarBicocca – nelle sue opere McQueen ci porta in quel luogo in cui siamo costretti a considerare la nostra vulnerabilità e il nostro posto nel mondo”.
Il museo britannico vanta nella sua collezione permanente cinque opere di Steve McQueen, di cui tre presenti in mostra: «Carib's Leap» (2002) e «Western Deep» (2002), film realizzati nell'ambito della sua prima collaborazione con l'associazione di produzione artistica Artangel , presentati in anteprima a Documenta 11 a Kassel, e «Static» (2009), l'iconico film che presenta la statua della Libertà a New York ripresa da un elicottero, in un movimento permanente e incessante che disorienta l'osservatore e ne rende instabile la visione.

Artangel e il progetto pubblico alla Tate Britain
La collaborazione di Steve McQueen con Artangel ha visto un ulteriore sviluppo nel 2016, quando l'artista ha installato la sua nuova scultura «Weight» (2016), una struttura metallica di un letto sormontato da una tenda intessuta con oro, in una cella nella prigione di HM Reading, dove era stato detenuto Oscar Wilde, nell'ambito della collettiva «Artists and Writers in Reading Prison» organizzata dall'associazione londinese per il 50° anniversario della parziale depenalizzazione dell'omosessualità come reato. In occasione della personale alla Tate, Steve McQueen e Artangel hanno collaborato nuovamente; anche in questo caso non si tratta di un film, bensì di un'opera partecipativa, «Year 3», allestita ora alla Tate Britain . L'opera consiste in una grande installazione di fotografie disposte nel grande salone d'accesso del museo e in quello contiguo, generate da un progetto pubblico iniziato due anni fa che ha visto la partecipazione di 1.504 scuole di ogni tipo – statali, private, religiose, con particolari bisogni – che hanno accettato di far ritrarre da un team di fotografi le classi del terzo anno e di condurre laboratori su questioni che sono cruciali nell'opera di McQueen, come identità e appartenenza. In tutto, sono state scattate 3.168 foto che compongono un ritratto collettivo dei ragazzini londinesi, nell'età considerata di transizione tra l'essere bambini e adulti.

La collaborazione con HangarBicocca
Il 28 ottobre vedremo Steve McQueen a Pirelli HangarBicocca in una mostra diversa, complementare a quella londinese – come ha sottolineato la direttrice della Tate Modern, Frances Morres, nel corso dell'anteprima stampa –, che sarà curata da Clara Kim, Fiontán Moran e Vicente Todolí, direttore artistico di HangarBicocca e dal 2003 al 2010 direttore della Tate Modern. Il sodalizio tra Steve McQueen e Vincente Todolí è di lungo corso: proprio quando era direttore della Tate, il museo aveva prodotto due suoi film. Su dieci opere previste nella mostra milanese – la check list è ancora in via di definizione –, sei saranno lavori che sono ora esposti alla Tate, mentre quattro saranno nuove opere, probabilmente tutte nuove produzioni. Negli anni, tra le due istituzioni prestiti e relazioni ce ne sono stati diversi – ne è un esempio recente il prestito di un «Igloo» di Mario Merz per la mostra realizzata in HangarBicocca nel 2018 –, ma questa è la prima collaborazione ufficiale su una mostra, una co-produzione che potrà restituire la complessità del lavoro dell'artista e regista britannico.

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