intervista a Carlo Urbinati

«Stiamo lavorando per la Foscarini 2.0: nuovi prodotti nel 2021»

Il presidente: «Per la creatività ci vuole incoscienza. Questa è la marcia in più del design italiano»

di Giovanna Mancini


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Artigiani al lavoro per Foscarini

4' di lettura

«Per fare creatività ci vuole una certa dose di incoscienza, molta pancia e molto cuore. È la marcia in più del design italiano, quello che ci rende distintivi sul mercato. Ma tutto questo non sarebbe possibile se alle spalle non avessimo un tessuto di piccole aziende, anzi piccolissime, che lavorano con modalità e qualità di artigiani, ma sono comunque strutturate come vere e proprie imprese». Carlo Urbinati si definisce un «uomo di prodotto»: genovese, laureato in architettura a Roma, si trasferì a Venezia nel 1981 per lavorare come designer in una (allora) start up di lampade in vetro per il contract, Foscarini. Eppure si è trovato a far quadrare bilanci e gestire le persone dopo che, con l’amico e socio Alessandro Vecchiato, nel 1988 decise di rilevare la società. Dal 2014 ne è presidente e amministratore unico. Da designer di prodotto a designer di un’azienda che oggi fattura quasi 40 milioni di euro (per l’85% all’estero) e impiega circa 110 persone.

Un buon risultato per uno che non masticava numeri...
Non amo gli aspetti di gestione, anzi: diciamo che li subisco. Ma è necessario per far stare in piedi l’azienda, riuscendo al tempo stesso a fare cose belle. Oggi però sento che dobbiamo fare un cambio di passo e inventare quella che io chiamo la Foscarini 2.0, perché il mondo cambia velocemente e non possiamo sederci su quello che sappiamo fare e che pure, finora, ha avuto successo. Tutte le cose invecchiano e rischiamo di invecchiare anche noi. Mi piacerebbe riuscire nell’ambizioso progetto di consolidare quello che abbiamo fatto assieme al mio socio (uscito dall’azienda sei anni fa, ndr) e a tutti quelli che hanno lavorato e lavoreranno con noi, cioè fare in modo che quest’azienda sia capace di riprodurre se stessa indipendentemente da chi c’è al comando. Stiamo cercando di creare qualcosa che sta in mezzo tra il modello di azienda familiare e azienda totalmente managerializzata.

Sta pensando al passaggio generazionale?
Questo è un tema che si porrà certamente. Ma prima ancora stiamo ridisegnando i processi interni e aggiornando i sistemi. A me piace molto la parola prodotto, perché un prodotto è il risultato di un processo, che spesso parte da un pensiero, da un’intuizione, da due parole scambiate con Ferruccio Laviani per caso. È il risultato di una serie di passaggi che creano valore distintivo e questo è un concetto chiave, perché solo chi ha qualcosa di distintivo riesce a giustificare la propria presenza nel mondo.

È arrivato il momento di cambiare i processi per restare distintivi?
Sì, perché ci siamo resi conto che il successo a cui siamo arrivati dopo 30 anni di lavoro rischia di essere fuorviante. Uno pensa: ha funzionato finora, perciò squadra che vince non si cambia. Ma nel nostro settore e in questo momento storico, come ho imparato dal professor Carlo Bagnoli, se qualcosa funziona è vecchio e va cambiato. Dobbiamo vivere l’azienda come se fosse una una start up, che ha però la fortuna di avere 30 anni di esperienza. Lo spirito della start up è quello dell’incoscienza totale: uno crede di aver trovato la pietra filosofale e perciò non vede problemi per realizzarla. Questo è lo spirito giusto per andare avanti. Perché se si cominciano a vedere troppi problemi è finita. Il rischio è di fermarsi, oppure di fare tutti le stesse cose, perché le difficoltà sono uguali per tutti. Per fare qualcosa di distintivo, devi guardare da un’altra parte.

Voi da che parte state guardando? Come si esprime nel concreto questo spirito da start up?
Per ora è rivolto verso l’interno: stiamo investendo risorse e tempo per disegnare la Foscarini 2.0, cioè quello che servirà domani. Dovremo aggiungere qualcosa alla nostra proposta, mantenendo l’immagine e il posizionamento del marchio, ma arricchendolo di prodotti che siano adatti ad arredare tutti gli ambienti della casa. E per casa intendo qualunque luogo vissuto come tale, quindi anche l’ufficio. I primi prodotti sul mercato potrebbero arrivare nel 2021.

Dobbiamo aspettarci anche apparecchi architetturali?
Il nostro mondo è sempre stato quello dell’illuminazione di design e decorativa. Il segmento decorativo oggi purtroppo sta soffrendo, ma l’architetturale non fa rima con poesia o con creatività, che sono la nostra anima. I prodotti tecnici prima di tutto hanno una funzione e poi un bel vestito. Noi facciamo altro: noi creiamo delle presenze, oggetti che vivono non solo quando fanno luce, ma anche quando sono spenti. Ci sono sempre, fanno parte del paesaggio. È vero che l’esigenza del mercato va verso soluzioni più tecniche, ma le persone avranno sempre un luogo che riconoscono come casa e vorranno popolarlo con oggetti che hanno significato per loro. Noi cerchiamo di far parte di quel mondo che ognuno porta con sé.

Quanto è legata al territorio e alla tradizione da cui nasce, la distintività di Foscarini?
Moltissimo: non potremmo esistere senza i nostri fornitori. Noi siamo dei creatori di problemi. Abbiamo grandi idee, facciamo progetti... e poi andiamo da loro a chiedere di trovare la soluzione per realizzarli. Siamo fortemente legati alla tradizione manifatturiera veneziana, in particolare quella del vetro e alla poesia di una città come Venezia. Ma non prendiamo l’heritage per usarla così com’è, sennò sarebbe facile. Cerchiamo di cambiarla e nel farlo lavoriamo a stretto contatto con i nostri fornitori, che sono sempre coinvolti nel processo creativo.

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