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Stirpe: «Il 95% dei lavoratori dell’industria ha il contratto nei tempi fisiologici»

Il vicepresidente di Confindustria: «Dimentichiamo le relazioni industriali basate sul conflitto e guardiamo a un sistema basato sulla condivisione»

di Cristina Casadei

Maurizio Stirpe. Vicepresidente di Confindustria con delega a lavoro e relazioni industriali

7' di lettura

«Nel settembre del 2020 nel corso di una riunione con il presidente di Confindustria Carlo Bonomi e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil emerse la necessità del mondo sindacale di dare un’accelerazione al rinnovo dei contratti scaduti – ci racconta Maurizio Stirpe, vicepresidente di Confindustria con delega al Lavoro e alle Relazioni industriali -. Su questa strada ci siamo mossi e sicuramente abbiamo spinto per una maggiore sollecitazione da parte del sistema a rispondere a questa esigenza».

Qual è stato il risultato?

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Il nostro è un sistema già pronto e orientato ad andare verso un’accelerazione delle procedure di rinnovo dei contratti. In questo momento anche considerando i contratti scaduti da meno di 12 mesi, abbiamo un tasso di rinnovo intorno al 95%. Nel 5% che rimane ci sono situazioni che presentano incrostazioni che contiamo entro fine anno di poter rimuovere, in collaborazione con le associazioni di categoria.

I CONTRATTI DELL'INDUSTRIA
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Con Industria 4.0, la transizione digitale ed ecologica e, più ancora, con la pandemia il mondo del lavoro ha attraversato una profonda trasformazione negli ultimi anni. I rinnovi dei contratti possono realizzare una vera ridefinizione del lavoro? E quale dovrebbe essere?

Il minimo comune denominatore di Industria 4.0 e della transizione digitale, per non dire della transizione energetica sarà quello di spostare il focus da un rapporto di lavoro di tipo quantitativo a un rapporto di lavoro di tipo qualitativo: non sarà più importante la quantità ma la qualità delle ore che si lavorano. E la parte più importante sarà il risultato che si ottiene. È una rivoluzione in fieri ma nel giro di qualche anno questi aspetti prenderanno il sopravvento.

A chi si chiede lo sforzo maggiore?

Non è solo un tema del sindacato. È tutto il mondo del lavoro che deve fare un grosso sforzo per cogliere le opportunità che ci sono dietro le evoluzioni del mercato del lavoro. La contrattazione sta prendendo in considerazione questi aspetti in alcuni casi in modo timido, in altri più coraggioso.Uno dei temi a cui le parti hanno messo mano in diversi settori, sia con la revisione sia con la creazione di apposite commissioni, è quello degli inquadramenti.

Che segnale è?

Quando si prendono in considerazione i livelli di inquadramento, allora significa che si incomincia a percepire le modifiche che stanno avvenendo. Nel contratto dei metalmeccanici è stato un passaggio fondamentale perché una parte degli aumenti salariali è stata collegata a una trasformazione degli inquadramenti. L’importanza che le parti attribuiscono al cambiamento passa anche dalle modifiche che interverranno sul tema degli inquadramenti che saranno la spia del passaggio da valutazioni di tipo quantitativo a valutazioni di tipo qualitativo.

Il continuo richiamo al nuovo modo di lavorare e alla flessibilità, alla lunga avrà un impatto sul vecchio-storico meccanismo dello scambio salario-orario?

In generale ci dobbiamo dimenticare un sistema di relazioni industriali basato sul conflitto per accedere a un sistema basato sulla condivisione perchè imprenditore e lavoratore sono facce diverse di una stessa medaglia. Tutti i processi in atto determinati da industria 4.0, dalla digitalizzazione e dalla transizione green portano sempre più a una logica di partecipazione all’interno delle aziende, secondo cui si condividono gli obiettivi e gli strumenti per raggiungerli. Ma questo può avvenire se esiste armonia.

Il Patto per la fabbrica, Ipca, Tem e Tec non sono stati messi in discussione negli ultimi negoziati. Sono il futuro della contrattazione?

Se il sistema delle relazioni industriali è ancora in ritardo o palesa ritardi nei confronti dei processi di trasformazione del mercato del lavoro, lo si deve al fatto che il Patto per la fabbrica non trova completa attuazione . Ci sono due temi centrali: uno è la misura della rappresentanza, l’altro riguarda invece i perimetri della contrattazione. Una volta che avremo risolto queste due tematiche probabilmente avremo per ogni settore un contatto di riferimento.

A quel punto sarà inutile parlare di salario minimo?

Sì perché i trattamenti salariali minimi saranno perfettamente sovrapponibili agli scopi del salario minimo e avremo riportato ordine nel sistema della contrattazione collettiva. Il sistema delle relazioni industriali in Italia ha puntato molto sulla contrattazione collettiva tant’è che noi abbiamo l’80% dei lavoratori coperti dai contratti collettivi nazionali di lavoro. La direttiva europea sul salario minimo non si riferisce sicuramente al mercato del lavoro italiano, ma è evidente che è un tema che non ci appassiona perché i nostri minimi sono bene al di sopra della soglia dei 9 euro lordi individuata.

E il secondo tema?

Per avere un mercato del lavoro più moderno e competitivo bisogna completare gli avvisi comuni contenuti nel Patto per la fabbrica che riguardano il welfare, il mercato del lavoro, le politiche attive, la sicurezza nei luoghi di lavoro e la partecipazione. Quando saremo stati capaci di completare questa architettura prevista dall’accordo del 2018 avremo strumenti che saranno perfettamente idonei a gestire le trasformazioni del mercato del lavoro. L’invito a tutti è spingere verso l’adozione di strumenti che siano maggiormente adeguati ad affrontare il lavoro oggi.

Nella misurazione della rappresentanza il sindacato ha fatto molti passi avanti
dopo l’accordo interconfederale sul Testo unico del 2014. Il mondo datoriale
a che punto è?

Con le diverse eccezioni il sindacato è vicinissimo ad avere gli strumenti per misurare la rappresentanza, pensiamo solo a chimica farmaceutica e metalmeccanici. Nel mondo datoriale, ad eccezione di Confindustria, nessuno vuole misurare la rappresentanza perché si tratta di rilevare la consistenza dell’associazione e il suo peso. Se non si trova l’accordo tra le associazioni potrebbe sempre intervenire una legge. D’altro canto se si misura la rappresentanza per le camere di commercio non vedo perché non si dovrebbe stabilire chi ha la rappresentanza per condividere i contratti che hanno validità erga omnes. Se si misurasse la rappresentanza effettiva, cosa perfettamente fattibile, si arriverebbe per ogni settore a un contratto valido per tutti e in quel contratto ci sarebbe già un trattamento economico minimo da applicare per il lavoratore che svolge una determinata mansione. Se stressiamo il nostro sistema della contrattazione collettiva diamo una risposta anche a chi vuole tutelare le fasce che hanno livelli salariali degni di questo nome e cioè tutto il mondo della parasubordinazione. Se si vuole fare il salario minimo lo si può fare attuando tutto quello che non è stato fatto per colpa di chi ha gestito le relazioni industriali negli ultimi 70 anni. Non è un tema che potrebbe creare problemi alla Confindustria, ma andrebbe poi creata una modulazione tra livello del reddito di cittadinanza, salario minimo, Tem e Tec. Per di più in Italia esiste già una sorta di salario minimo perché quando il giudice affronta una controversia legale fa riferimento ai minimi retributivi e contributivi di una legge del 1989 che contiene già la fissazione dei minimi retributivi e contributivi.

Ogni giorno parliamo di innovazione e di quanto sia strategica la formazione continua. Che peso dovrebbero avere temi come il diritto alla formazione nei contratti?

Più che parlare di un diritto alla formazione parlerei di dovere di chi si deve formare, senza evocare una contrapposizione perché si tratta di un elemento essenziale e costitutivo che i contratti non possono più non prevedere, visto che la formazione è necessaria per raggiungere i livelli di professionalità previsti da Industria 4.0. È un tema che nei contratti va trattato di default, anche perché Industria 4.0 e la digitalizzazione della manifattura se non sono associate a un determinato livello di formazione e alla capacità di mettersi in gioco diventano parole vuote.

Il nostro paese sta affrontando un inverno demografico senza precedenti. Il welfare, inteso come previdenza complementare e assistenza sanitaria, così come la bilateralità, dovrebbero essere rivisti?

Negli anni abbiamo disegnato un sistema di welfare legato a una certa evoluzione demografica, ma oggi, alla luce degli ultimi dati, bisogna verificare se è compatibile con questa evoluzione e capire cosa fare per evitare quegli squilibri tra anziani e giovani che sono già presenti e che si potrebbero accentuare.

Il capitolo produttività crede che sia stato affrontato in modo soddisfacente?

I salari e la produttività sono temi strettamente connessi. Quando si mette in evidenza che in Italia i salari non sono aumentati come in Germania, Francia, Spagna, va detto che nel nostro paese negli ultimi 20 anni i salari sono cresciuti poco ma anche la produttività è cresciuta poco. Tra l’altro, per chiarezza, sarebbe necessario disaggregare il dato della crescita della produttività perché se prendiamo in considerazione l’industria vediamo che è cresciuta e i salari sono cresciuti, ma se consideriamo i servizi o la Pa allora vediamo che non crescono né la produttività né i salari. Bisognerebbe circoscrivere le responsabilità a chi è responsabile. Se poi prendiamo i dati e andiamo a vedere cosa è accaduto, la Banca d’Italia ci dice che dal 2009 al 2021 le retribuzioni sono cresciute del 18% a fronte di una crescita dell’Ipca del 15%. Dal 2015 al 2021 vediamo che la crescita delle retribuzioni è stata del 5% superiore alla crescita dell’Ipca. Non siamo stati così fiscali facendo i rinnovi, ancorandoli pedissequamente all’Ipca e recuperando in maniera fiscale gli scostamenti, con le dovute distinzioni. Ci sono settori che hanno potuto fare meglio e ci sono settori che sono più sotto stress e non hanno potuto avere la stessa flessibilità. Sicuramente le parti attraverso la contrattazione sono sempre riuscite a trovare un equilibrio, quindi lasciamole lavorare perché meglio di loro i contratti non li sa fare nessuno.

Per gestire la transizione digitale ed ecologica serve un rafforzamento della partecipazione e delle relazioni industriali?

C’è un avviso comune nel Patto per la fabbrica che riguarda proprio la partecipazione organizzativa ed è relativo ai principi che dovrebbero presidiare l’organizzazione nell’azienda. Si potrebbe ripartire da lì, c’è solo da lavorare sul framework che era stato creato nel 2018, arricchendolo di contenuti.

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