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Stone Island cresce del 36% e si concentra sul prodotto. Rivetti: «Siamo adatti a un lifestyle globalizzato»

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

Il tempismo non è da tutti. Anzi, è privilegio riservato a pochi e quasi certamente non si ottiene per caso. Ancora più difficile e raro è riuscire ad anticipare i cambiamenti, facendosi poi trovare preparati quando la maggior parte degli altri – persone o aziende che siano – vengono spiazzati dal nuovo che avanza.

Il momento magico di Carlo Rivetti e della sua Stone Island sembrano legati proprio a un’alchimia tra tempismo e capacità di muoversi un secondo prima

della maggioranza, seguendo strade che altri non vedono ancora. «Guardo i numeri del 2017 e quelli sugli ordini per la primavera-estate 2018, tutti già in casa, e provo felicità ma anche un sano terrore – racconta Rivetti, presidente della Sportswear Company, che controlla il marchio di casualwear da uomo –. È la benedizione-maledizione del tessile-moda-abbigliamento, un settore in cui lavoro da tutta la vita: quando le cose vanno male, quasi sempre sai perché. Ma capire perché va tutto bene non è altrettanto facile e del futuro, come diceva il poeta, davvero non v’è mai certezza».

Battute o addirittura ragionamenti scaramantici a parte, i numeri sono inequivocabili: Stone Island chiuderà il 2017 con un fatturato in crescita del 36% a 147 milioni e un ebitda di 34 milioni, con un aumento del 70% (sì, 70%) rispetto al 2016.

«Lo ammetto, abbiamo avuto tempismo: credo che la voglia di casualwear che ha contagiato giovani e meno giovani, in tutto il mondo, sia molto più di una moda – racconta il presidente di Sportswear Company –. I nostri capispalla e la nostra maglieria sono adatti a questo stile di vita sempre più “globalizzato”, improntato alla comodità e funzionalità che non rinuncia allo stile, all’originalità. È facile fare una giacca tecnica e resistente all’acqua, al freddo, al vento. Molto più difficile farla bella, con una forte personalità e riconoscibilità».

Stone Island, anche grazie alle recenti aperture di monomarca in Europa e Stati Uniti, sta diventando un brand globale: l’exportè arrivato al 67% e nel 2018 è destinato a crescere. Non a scapito dell’Italia, altra buona notizia. «Nel 2017 è aumentata l’incidenza dei mercati stranieri ma è salito pure il fatturato dell’Italia – conferma Rivetti –. I Paesi di riferimento in questo momento sono Regno Unito, Germania e Olanda. Con l’apertura dei negozi di New York e Los Angeles però, gli Stati Uniti diventeranno sempre più importanti e già oggi i secondi clienti del sito, che nel 2017 ha visto crescere le vendite del 55%, sono gli americani». Positivo poi il dato sulla distribuzione wholesale, che assorbe il 78% delle vendite di Stone Island: «L’aumento è stato del 35%, perfettamente allineato con quello dei monomarca. Questo dimostra quanto sia stato importante credere nei clienti multimarca anche negli anni in cui erano più in difficoltà».

Gli ordini per la P-E 2018 sono a +35% e quelli della collezione junior a +40%. «In effetti c’è un rallentamento rispetto al +36% del 2017 – scherza Rivetti –. Ogni giorno ci chiediamo come non rovinare questo momento magico. La risposta che io, mia moglie e i miei due figli ci diamo è: non cambiare linguaggio, investire in ricerca stilistica e dei materiali, non farsi tentare da strane idee come le collezioni femminili, tanto le donne ci comprano lo stesso e, per strano che possa sembrare, non programmare nuove collaborazioni».

E si torna al tema dell’anticipare il futuro: le capsule con creativi o brand esterni alle aziende sembrano essere oggi il Sacro Graal. Stone Island non le ha disdegnate, creando edizioni limitate di capispalla e accessori con Nike e Supreme (prima che lo facesse Vuitton). «Non ne cerchiamo di nuove e credo che in giro ce ne siano troppe – conclude Rivetti –. Per noi la frontiera sono Usa e Asia: Temasek, il socio finanziario di Singapore che da agosto ha il 30% della Sportswear, ci lascia completamente liberi nella gestione, ma quando saremo pronti ci aprirà tutte le porte necessarie a quei mercati».

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