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Stone Island, da outsider a leader: «Siamo pronti a navigare nella tempesta»

Parla il presidente Carlo Rivetti,e parlano i numeri del gruppo che è passato da 53 milioni di ricavi ai 239 del 2019 e l’esercizio in corso si chiuderà a 237

di Giulia Crivelli

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Parla il presidente Carlo Rivetti,e parlano i numeri del gruppo che è passato da 53 milioni di ricavi ai 239 del 2019 e l’esercizio in corso si chiuderà a 237


3' di lettura

A volte usiamo termini inglesi senza conoscerne a fondo il significato. Vale anche per understatement, parola che viene in mente ascoltando Carlo Rivetti, presidente di Sportswear Company e del marchio Stone Island. Presentare qualcosa in modo da farlo sembrare meno eclatante di quanto sia in realtà, questo significa understatement e vale per come Rivetti parla dei risultati di Stone Island del 2019 e del 2020 e ancora di più per la progressione di fatturato e redditività a partire dal 2011.

Fatturato 2020 in linea con il 2019

«Nove anni fa i ricavi di Stone Island erano 53 milioni, con un ebitda di 4, pari al 7,3% del fatturato - spiega -. Nel 2019 siamo arrivata a 239, in crescita del 24% sul 2018 e con un ebitda di 73 milioni, pari al 30% del fatturato. Sono numeri che mi facevano paura un anno fa e oggi mi spaventano ancora di più. Rendono tutti noi in azienda orgogliosi e me personalmente un po’ incredulo. Ma i numeri non mentono e meno ancora mente l’andamento di questi primi dieci mesi. Nonostante la pandemia pensiamo di chiudere a 237 milioni, praticamente in linea con il 2019. Salvo, certo, pessime sorprese da qui a Natale». Oltre al carattere («resterò sempre un montanaro, sincero e a tratti un po’ ruvido», dice di sé Rivetti) è la profonda conoscenza della filiera del tessile-moda-abbigliamento a spingere l'imprenditore e creativo a non gioire troppo dei “soli” numeri. «Mai avremmo potuto prevedere l’arrivo di questa pandemia e i suoi effetti sanitari ed economici e sulle supply chain globali – aggiunge Rivetti –. Passato lo choc iniziale però ci siamo concentrati su tutto quello che restava nel nostro controllo e ci siamo concessi il lusso di apprezzare fino in fondo i punti di forza del marchio Stone Island e dell’azienda tutta. Abbiamo capito che per navigare in questa tempesta avremmo dovuto prenderci cura di noi, adottando ogni misura sanitaria e paracadute economico per lavoratori e collaboratori. Solo così è rimasta la serenità per lavorare ai progetti in corso e per farsene venire in mente di nuovi».

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A Pechino vendite oltre le attese

Il riferimento è in primis ai nuovi negozi: a metà ottobre ha aperto il flagshipstore di Pechino e in sette giorni ha superato il budget che avevamo fissato per l’intero primo mese. Per dicembre sono previste le inaugurazioni di Nanjing e Miami. «Nulla è scritto nella roccia, siamo pronti ad adattare le fasi finali dei progetti a quello che succede intorno a noi e non dipende da noi. Ma come azienda e come individui siamo ottimisti e lavoriamo sul medio periodo».

La sostenibilità è un impegno, non bisogna vantarsene

L’Italia assorbe meno del 30% dei ricavi di Stone Island, che tra le molte particolarità ha quella di essere un brand di capispalla maschili solo sulla carta. «Ci sono tante donne tra i nostri clienti, che appartengono a fasce di età e walks of life, come dicono gli inglesi, diverse. Stone Island non ha mai inseguito le mode o le tendenze – aggiunge Rivetti –. Ma non ha mai smesso di evolvere, nei materiali, nei fit, nella gamma di prodotti. La ricerca tessile è più viva che mai e il nostro segreto, forse, è di riuscire a incorporare ogni piccola grande novità di tessuti, dettagli e silhouette, senza stravolgere le percezione del brand. Diamo nuove pennellate a un quadro in continua evoluzione». Tra i prossimi obiettivi, la sostenibilità: a scanso di ogni sospetto di green washing , il percorso è iniziato nel 2008. «Lavoriamo da 12 anni sulle tre P: prodotto, processi e packaging – conclude Rivetti –. Ci pensiamo continuamente, abbiamo incorporato l’attenzione a questi elementi nel nostro approccio al lavoro. Abbiamo già raggiunto buoni risultati, ma l’impegno continua, e non credo sia giusto vantarsene. Sarebbe come vantarsi di essere onesti o di avere una coscienza. Perché, ci sono altri modi di vivere e lavorare? Io ho sempre pensato di no».

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