CONSUMI ALIMENTARI

Stop della Cassazione alla vendita del pane precotto e congelato senza confezione

Respinto il ricorso di una concessionaria della grande distribuzione, che chiedeva il rinvio alla corte di giustizia per la violazione della libertà di impresa: il limite ha un’utilità sociale

di Patrizia Maciocchi

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Respinto il ricorso di una concessionaria della grande distribuzione, che chiedeva il rinvio alla corte di giustizia per la violazione della libertà di impresa: il limite ha un’utilità sociale


3' di lettura

Stop della Cassazione alla vendita del pane precotto e surgelato senza confezionarlo in modo da poterlo distinguere da quello fresco. E se l’obbligo di confezione ed etichetta è un limite alla libertà di impresa, questo è comunque giustificato dall’utilità sociale, come previsto dall’articolo 41 della Costituzione.

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Il diritto del consumatore e la libertà di impresa

La Suprema corte (sentenza 14712) respinge il ricorso di una società concessionaria della grande distribuzione e del suo amministratore delegato, considerati responsabili per aver violato le norme sulla panificazione per aver venduto - nel supermercato di una catena che ha oltre 200 punti vendita più un numero imprecisato di associati - pane, acquistato da una ditta estera, «ottenuto dal completamento, previa cottura, di prodotto parzialmente cotto e surgelato», privo di etichetta e confezione. Per i ricorrenti l’obbligo violato sarebbe in contrasto con la libertà di impresa e imposto solo dall’esigenza di non fare concorrenza agli

artigiani. Un trattamento differenziato irragionevole in situazioni analoghe che crea, per la difesa, una ingiusta discriminazione e ostacola l’accesso al mercato, solo in base alla diversa tecnica di panificazione. In più, nello specifico, il consumatore era informato sul tipo di prodotto, perchè il rivenditore aveva messo le indicazioni sugli scaffali e sulle etichette stampate dalla bilancia “fai da te”.

La concorrenza con gli artigiani

La società e il suo vertice richiamano un passaggio della sentenza di appello nella quale i giudici territoriali avevano a loro avviso “ammesso” che il legislatore aveva un duplice scopo: eliminare elementi di concorrenza in danno della panificazione tradizionale e, soprattutto, consentire al consumatore di avere informazioni corrette sulla qualità del pane da comprare. I giudici territoriali avevano sottolineato che la loro decisione era stata adottata anche nel rispetto di quanto disposto dalla legge (146/1992, articolo 50), che mette l’accento sulla differenza tra pane fresco, come va considerato quello prodotto con un processo unico e continuo nell’arco della giornata, e il pane conservato il cui processo di produzione viene interrotto per congelarlo e poi completare la cottura.

L’utilità sociale della limitazione

I ricorrenti chiedevano un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea, per violazione dei principi in tema di libera circolazione e libero commercio. Ma per la Cassazione non è necessario. La limitazione - prevista dall’articolo 41 della Costituzione in nome dell’utilità sociale - non comporta, spiega la Suprema corte, ostacoli all’importazione o al commercio del pane precotto e surgelato . Va così esclusa qualunque contrarietà della norma interna con il Trattato e le norme dell’unione. In più non c’è disparità di trattamento perché i due prodotti non sono analoghi, e dunque non c’è contrasto neppure con la Carta. Né si può parlare solo di ragioni economiche.

La responsabilità del vertice

Non è utile alla causa dei ricorrenti neppure citare una circolare del ministero dell’Industria e della Sanità del 1995 (n.12963) che avrebbe autorizzato la vendita del pane in questione inserendolo nel sacchetto al momento dell’acquisto al pari di quello fresco. I giudici ricordano però che la Circolare non è vincolante. Infondata anche la censura contro la

sentenza dei giudici di appello che hanno escluso, senza motivare, la provenienza comunitaria del prodotto. Per la Cassazione la motivazione c’è. E sta nella bolla di consegna di una società estera alla concessionaria della grande distribuzione, e nella mancata prova contraria. Non passa neppure il ricorso del vertice del board, che declinava la sua responsabilità. Come figura apicale di una società di grandi dimensioni, negava di poter conoscere le dinamiche di gestione dei singoli punti vendita della rete. Anche qui la presunzione di conoscenza regge. La società non ha, infatti, indicato altri soggetti della governance, inseriti nell’organizzazione aziendale ai quali attribuire la “supervisione” sulla distribuzione e la vendita del pane finito nel mirino dei giudici. La Cassazione compensa però le spese per la novità della questione e l’assenza di precedenti specifici.

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