Studenti e ricercatori

Stop al doppio canale dei ricercatori

di Eugenio Bruno

3' di lettura

Riordinare e il pre-ruolo negli atenei e ringiovanire l’età media degli aspiranti prof. È il duplice obiettivo che la ministra Cristina Messa si è data alla voce reclutamento, così aveva fatto il suo predecessore Gaetano Manfredi. E che il Parlamento condivide come dimostra il testo unificato all’esame della commissione Istruzione della Camera: un provvedimento in 7 articoli che fonde 6 diverse proposte di legge e prova a semplificare il variegato mondo che precede la docenza. Ad esempio, rimuovendo la distinzione tra ricercatori di tipo “a” e “b” prevista dalla riforma Gelmini del 2010, oppure introducendo un tetto massimo di 11 anni al precariato post-doc. Il fermento nel mondo universitario è tanto. Come tanti sono i nodi da sciogliere per evitare che la riforma, anziché semplificare, complichi il quadro.

L’obiettivo comune

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Il punto di partenza condiviso da tutti è che il reclutamento universitario ha bisogno di un tagliano. Come abbiamo raccontato sul Sole 24Ore di Lunedì 26 aprile, da un lato, il personale che fa ricerca e didattica si è ridotto di un quarto negli ultimi 15 anni; dall’altro, quasi il 70% di ordinari e associati ha più di 50 anni (dato 2019). E i numeri pubblicati qui accanto sullo stato di salute delle due figure di ricercatore a tempo determinato introdotte nel 2010 lo testimoniano a loro volta.

Per chi inizia a collaborare con un ateneo l’accesso alla cattedra arriva sempre più raramente. E sempre più tardi. Il tema non è nuovo. In questa legislatura le prime proposte sul pre-ruolo risalgono al maggio 2019. Seguite, a settembre, dal progetto di riforma avanzato dal Consiglio universitario nazionale (Cun). Tra cambi di governo ed emergenza Covid il dibattito si è però arenato. Salvo ripartire nelle ultime settimane: prima con un fitto carteggio tra Parlamento, Cun e Conferenza dei rettori (Crui); poi con l’arrivo del testo unificato (relatore Alessandro Melicchio, M5S), che la VII commissione di Montecitorio ha iniziato a emendare la settimana scorsa.

Le novità in arrivo

Il provvedimento cerca di disboscare tutte le figure di pre-docenza. Dopo aver disciplinato le borse di ricerca post lauream - che possono avere una durata di 6-12 mesi prorogabili fino a 36 ma senza alcun accesso ai ruoli - il testo si sofferma, prima, sui dottorati (potenziandone il valore ai fini dei concorsi nella Pa) e, poi, sugli assegni di ricerca. Qui le novità sono rilevanti. A cominciare dal requisito unico (dottorato o specializzazione medica) e dalla durata massima che viene portata a 4 anni contro i 12 “all inclusive” di oggi.

Ma è sui ricercatori che arriva l’intervento più profondo. In primis, perché scompare la distinzione tra tipo “a” (a tempo determinato per 3 anni rinnovabile per altri 2) e tipo “b” (triennale a sua volta ma con la possibilità di diventare associato una volta ottenuta l’abilitazione scientifica nazionale) introdotto dall’articolo 24, comma 3, della legge Gelmini. Di fatto, ci sarà un ricercatore unico in regime di tenure track, fino a un massimo di 7 anni, che dal quarto anno in poi può diventare associato. In secondo luogo, viene previsto che l’accesso al tenure track deve avvenire entro 6 anni dalla fine del dottorato. Infine, sommando i 4 anni da assegnista ai 7 da ricercatore, viene fissato un tetto implicito di 11 anni al precariato nelle università. Contro i 12 complessivi previsti attualmente.

I nodi da sciogliere

Tra i precari delle università c’è grande preoccupazione per le modifiche in arrivo. Per contenerla il testo all’esame del Parlamento introduce un regime transitorio che esclude dal predetto limite dei 6 anni tutti i dottori di ricerca del periodo 2008-2020. Ma è una previsione che secondo il presidente del Cun, Antonio Vicino, «procrastinerebbe l’inizio del processo di ringiovanimento di almeno 10 anni, costringendo anche i giovani di oggi ad accedere a una posizione di tenure track a un’età anche superiore ai 40 anni», come evidenziato in una lettera inviata ai parlamentari della commissione Istruzione.

Per tutelare gli ex-giovani che nel frattempo hanno anche ottenuto l’abilitazione - è la posizione del Consiglio universitario nazionale - sarebbe meglio varare «una serie di bandi su un arco di 3-4 anni principalmente per professore di seconda fascia, ma anche per professore di prima fascia». A patto di reperire risorse aggiuntive. Le stesse che sempre a detta del Cun servirebbero per sostituire l’obbligo di mobilità insito nel testo unificato - che vieta di partecipare al bando da ricercatore chi ha avuto un qualsiasi rapporto (anche da studente) con quell’ateneo nei 5 anni precedenti - con una mobilità incentivata più in linea con gli standard internazionali. Due dubbi su cui una prima risposta potrebbe arrivare già domani quando il dibattito parlamentare riprenderà.

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