mercato del lavoro

Stop ai licenziamenti: 45 giorni per decidere

Secondo uno studio della Banca d’Italia le misure anti-crisi hanno impedito nel 2020 circa 600mila recessi, compresi quelli che sarebbero avvenuti in condizioni normali

di Valentina Melis

Blocco dei licenziamenti e cassa Covid: scenari dei prossimi mesi

3' di lettura

Scade tra 45 giorni il divieto per le aziende di procedere a licenziamenti per motivi economici, sia individuali, sia collettivi. Lo stop stabilito dal decreto Cura Italia per arginare gli effetti della pandemia di Covid-19 sull’occupazione è cominciato il 17 marzo 2020 ed è stato prorogato per tre volte dalle norme emergenziali, fino al prossimo 31 marzo. Una data talmente importante, quest’ultima, che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha ricordata nel suo discorso sulla crisi di Governo (il 2 febbraio), sottolineando che «a fine marzo verrà meno il blocco dei licenziamenti e questa scadenza richiede decisioni e provvedimenti di tutela sociale adeguati e tempestivi».

Proprio su questi provvedimenti sarà chiamato in causa il nuovo Governo - con il neo ministro del Lavoro Andrea Orlando - che dovrà decidere come procedere sia sul divieto di licenziare, sia sulla cassa integrazione Covid: quella ordinaria scade infatti lo stesso 31 marzo (per l’assegno Fis e la Cig in deroga Covid c’è invece tempo fino al 30 giugno).

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IL DIVIETO DI RECESSO IN EUROPA
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La pandemia ha avuto un impatto generalizzato sui posti di lavoro. Nell’Unione europea a 27 il tasso di disoccupazione fotografato da Eurostat a dicembre 2020 era al 7,5%, in crescita di un punto percentuale rispetto a dicembre 2019 (6,5%). La situazione varia da un Paese all’altro: in Spagna il tasso di disoccupazione supera il 16% (in aumento del 3% rispetto al 2019);in Germania è al 4,6% (+1,3%); nel Regno unito è al 5% (+1,2%).

LA DINAMICA DEI RAPPORTI
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I posti di lavoro complessivi

Secondo l’Istat in Italia il tasso di occupazione è sceso in un anno dello 0,9 per cento. L’Istituto certifica in totale una perdita di oltre 400mila posti di lavoro su base annua. Per ora, a fare le spese della pandemia, sono stati soprattutto i lavoratori con contratti flessibili, stagionali, e gli autonomi. Queste figure non sono state protette, infatti, dal blocco dei licenziamenti. A contenere i danni, sul fronte del lavoro dipendente a tempo indeterminato, sono stati proprio il blocco dei recessi e la cassa integrazione Covid applicata a quasi sette milioni di lavoratori.

Il trend del lavoro dipendente

Secondo una nota della Banca d’Italia, senza le misure adottate per affrontare gli effetti della pandemia, il Covid-19 avrebbe potuto causare 200mila licenziamenti in più rispetto ai 500mila legati a motivi economici che già si sarebbero verificati nel 2020 (in linea con l’anno precedente, quando c’erano state anche 1,3 milioni di assunzioni stabili). Considerando i 100mila licenziamenti economici avvenuti nel privato fra gennaio e metà marzo 2020, le prime stime degli economisti di via Nazionale indicano che l’estensione della Cig, il sostegno alla liquidità delle imprese e il blocco dei licenziamenti abbiano impedito l’anno scorso circa 600mila recessi.

La fine del blocco

Il venir meno del divieto di licenziamento avrebbe come primo effetto quello di “sbloccare” le procedure che sarebbero state avviate comunque dalle imprese, indipendentemente dalla pandemia. Nel frattempo, anche le nuove assunzioni e gli eventuali passaggi da un’azienda all’altra, sono stati influenzati dall’irrigidimento del mercato.

Per evitare una ripercussione improvvisa sull’occupazione, il nuovo Governo potrebbe anche valutare un superamento graduale del divieto di licenziare, continuando a mantenerlo solo nei settori più in crisi, o differenziandolo in base al fatturato delle aziende. Peraltro, come certificano i dati del ministero del Lavoro, il saldo fra attivazioni e cessazioni del 2020, considerando i contratti a tempo indeterminato, quelli a termine e in apprendistato, è già negativo per 42mila posizioni.

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