famiglie e aziende

Storia e futuro dei bottoni Bonfanti, piccoli scrigni di vero made in Italy

L’azienda di Torino, fondata nel 1946, porta i suoi prodotti in tutto il mondo e sta digitalizzando il suo archivio per ispirare le nuove generazioni di creativi. Mentre le giovani nipoti del fondatore si preparano a guidarla

di Chiara Beghelli


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4' di lettura

La scatola dei bottoni della nonna è uno scrigno di colori e suoni croccanti nei ricordi dell'infanzia. Immergervi la mano, un piacere difficile da superare, anche a distanza di anni. Una sensazione che può far assomigliare una fabbrica di bottoni a un luogo dei sogni. Luogo che esiste davvero: si trova a Torino, al 20 di via Baltea, un edificio ottocentesco dal 1946 sede della Fratelli Bonfanti, produttori di bottoni d’eccellenza.
Il glorioso made in Italy è fatto anche di dettagli che nascono lì, in quelle stanze.

A disegnare circa 200 nuovi modelli ogni anno è Elio Bonfanti, figlio del fondatore Walter e fratello di Mario, presidente dell'azienda e sua mente manageriale. È stato lui negli anni Settanta a capire che i loro bottoni avrebbero dovuto superare il confine italiano per farli conoscere nel mondo. Oggi all’estero va il 70% della produzione Bonfanti, verso 12 Paesi, in 500 delle migliori mercerie internazionali. I ricavi si stanno avvicinando al milione di euro.

Da sinistra, Mario ed Elio Bonfanti

«È la passione che ci dà energia, e il nostro mestiere è fantasia, ricerca del nuovo - dice Mario Bonfanti, 71 anni, con voce pacata e convinta -. L'aspetto più difficile da affrontare, ma anche molto bello, è che non soddisfiamo un bisogno, ma lo creiamo».

Una passione che passa in ognuno delle migliaia e migliaia di bottoni realizzati in oltre 70 anni di storia: «La nostra manualità artigianale si sente al tatto: dal taglio delle materia prime alla finitura alle tinture. Purtroppo la capacità di riconoscerla è sempre più rara. Quante persone oggi potrebbero distinguere vari tipi di stoffa? Lo stesso accade con i bottoni. Ma ci tutela la nostra presenza in alcune delle mercerie più belle del mondo, da Britex Fabrics a San Francisco alla Nordiska Kompaniet di Stoccolma, la Mercerie Saint-Pierre a Parigi e Tender Buttons a New York. Lì la vendita è seguita, consigliata, e vi entrano persone informate, che sanno distinguere fra una madreperla di Tahiti e una australiana».

Bottoni da Britex Fabrics, San Francisco

Storia, ma anche tratti nuovi come l'attenzione per la sostenibilità e il riuso, la passione per il fai da te e anche il gusto per la personalizzazione, trainano oggi le vendite di Bonfanti: «Il 25-30% del nostro sell out è generato da signore benestanti che comprano un abito griffato ma che ne vogliono cambiare i bottoni, perché non li trovano all'altezza della qualità della stoffa o del taglio, e vogliono inoltre qualcosa di esclusivo», nota l'imprenditore.

La Fratelli Bonfanti ha nel suo lungo curriculum anche rapporti con la moda, collaborazioni con Giorgio Armani, Etro, Brooksfield, Escada: «Sa come nacque quest'ultima? Passeggiando a Como il designer vide i nostri bottoni nella vetrina della Casa del Bottone a piazza Peretta. Gli piacciono e arriva a noi. Collaboriamo con successo per due stagioni, dopodiché più nulla, anche se avevamo proposto loro di consultare il nostro campionario. La moda ha queste logiche e questo è il suo limite per noi. Le dirò di più: anche il celebrato “made in Italy” è in pericolo».

(Foto LaPresse/Andrea Alfano)

«Le racconto un caso emblematico - prosegue -: il nostro distributore per il Giappone, una famiglia cinese, ci ha invitato a partecipare a una fiera a Shanghai con altri suoi clienti. Nello stand ero pertanto insieme ad altri imprenditori cinesi. È passato un buyer di un importante marchio di moda italiano, ha notato la mia presenza e mi ha chiesto se producessi dunque tutto in Cina. Alla mia risposta “no, facciamo tutto in Italia”, il suo interesse è subito sfumato. “Perché devo aspettare i tempi italiani e pagare anche di più?”, mi ha fatto notare. Di fronte a un atteggiamento del genere, tutta la poesia sul made in Italy crolla.

E poi, è ancora vero che noi italiani facciamo delle cose che gli altri non fanno? Non ne sono certo. Oggi in Cina ci sono artigiani bravissimi con mani minute e facilmente istruibili nella ripetizione dello stesso pezzo in migliaia di tirature. Non c'è nulla che non possa non essere prodotto con qualità anche lì. La legislazione relativa al made in Italy non ci aiuta, quando basta che solo il 10% di un processo produttivo sia realizzato in Italia per potersi fregiare di questo titolo».

Eppure, la manifattura italiana ha una sua peculiarità, che la rende ancora forte nel mondo: «Avere una rete di tante piccole aziende con la loro specializzazione - spiega Bonfanti -. Noi stessi collaboriamo con chi lavora la madreperla, il cuoio, il legno, il metallo stampato o pressofuso, la galalite, il cocco, il corozo (una sorta di avorio vegetale ricavato da una noce di una palma dell'Ecuador, nda), vetro, ceramica, passamaneria. Mio fratello Elio è in viaggio almeno due giorni alla settimana per la creazione e la ricerca di nuovi modelli».

Intanto, la storia di questa azienda di famiglia si prepara alla sua prossima puntata: mentre è in corso un processo di digitalizzazione del suo archivio con l’Istituto d’Arte Aldo Passoni e il sostegno della contessa Consolata Pralormo, impegnata nella tutela delle eccellenze della moda torinese, le figlie quarantenni di Mario, Chiara e Serena, si stanno preparando ad ereditarla. Chiara si occupa del customer care, Serena è l’export manager.

Serena e Chiara Bonfanti

«Non le ho spinte a entrare in azienda - spiega il loro papà-. Serena, per esempio, è laureata in filosofia e un master in Peace Keekping l’ha portata poi a lavorare come Project Manager in progetti in diversi Paesi in via di sviluppo. Poi verso i 35 anni mi ha chiesto di entrare in azienda. Due mesi dopo era già in fiera e mi ha chiamato dicendomi: “Papà, sai che è bello vendere una cosa che porta il nostro nome?”». Serena si è appassionata al punto da lanciare un piccolo marchio, “La guerra dei bottoni”, titolo tratto da un romanzo di Louis Pergaud, composta da T-shirt e cravatte con bottoni intercambiabili secondo lo stato d'animo di chi le indossa, piccole opere d'arte disegnate da “Jins”, l'artista Paolo Gillone.

«Sentono la carica della tradizione e la voglia di continuare nel nostro mondo, dicendo anche tanti no, rispettando la nostra identità e il nostro saper fare», conclude.

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